Un'analogia ·

3. novembre 2016, 18:50 by Sir Francis Drake

Nel piccolo paesino di Marciana Marina, il più piccolo comune della Toscana con un’estensione di 5 kilometri quadrati e la sua popolazione di 1961 abitanti (come si può leggere agevolmente qui), si sta svolgendo da qualche tempo un dramma amministrativo e politico. Ora si premette che qui non si vogliono in alcun modo prendere posizioni sulla vicenda che vede coinvolti, fra l’altro, diversi amici dello scrivente da entrambe le parti della barricata ragion per cui, a maggior ragione, ribadisco, non voglio prendere parti. Questo post serve ad un altro scopo che vado a spiegare. Succede che il sindaco e, va da sé, la giunta abbiano deciso che per incrementare le possibilità turistiche del paese sia necessario ampliare il porto sia aggiungendo un “pennello” in cima alla foranea per aggiungere circa 80 posti barca sia, e questo in particolar modo suscita scontento, ampliare l’estensione del lungomare aggiungendo circa 3000 metri cubi di cemento. Insisto a ribadire che non sto giudicando niente e non prendo parti. Ora questo progetto in, pare, forte stato di avanzamento e definizione trova la contrarietà dell’opposizione e di una parte dei cittadini che hanno dato vita anche a comitati per contrastarlo. Sono anni che la minoranza, appoggiata da alcuni cittadini, se la prende con sindaco e maggioranza con i quali si scambia feroci accuse che sfiorano e spesso superano i limiti del buon gusto e della correttezza (da entrambe le parti, sia chiaro, ora basta non lo dico più, eh). Ora perché vi racconto tutto questo? Perché data la legge sugli enti locali, il cosiddetto TUEL, la minoranza non ha modo di contrastare il sindaco, che è eletto direttamente dalla popolazione e che gode, ovviamente dell’appoggio della giunta che ha nominato lui e della maggioranza schiacciante di 4 a 2 in consiglio comunale.
Avete seguito sin qui? Bene. Bravi. Ora immaginiamo che passi questa scellerata riforma costituzionale e che, contestualmente, la legge elettorale, il cosiddetto Italicum non venga demolito dalla Corte Costituzionale. Ci ritroveremo, vi ritroverete con un Presidente del Consiglio (il Sindaco) che nomina (su incarico del Presidente della Repubblica, certo) i Ministri (la Giunta) e che qualsiasi cazzata pensi e attui non potrà mai essere contrastata da chicchessia perché in Parlamento, formato da una sola camera elettiva e alla quale sono demandate quasi tutte le competenze legislative (il Consiglio comunale) e nella quale il suddetto Presidente del Consiglio gode di una schiacciante maggioranza che gli deriva dall’inaudito premio di maggioranza. Solo che questa volta non si parla di scaramucce (sia pure violente e rilevanti in proporzione) nel più piccolo comune della Toscana; si parla della gestione dello Stato italiano in tutti i suoi gangli. Se, poniamo, il Consiglio dei Ministri decide di varare un piano energetico nazionale che prevede l’incremento delle trivellazioni in mare e in terra onde estrarne quanti più fossili inquinanti possibile e contestualmente di affiancargli una miriade di centrali nucleari sotto il balcone di casa vostra non c’è cristo che scenda in terra che possa impedirglielo. E va già bene se il PdC è quello attuale che, pur incapace, analfabeta e spaventosamente arrogante è pur sempre un moderato. E se il PdC è Salvini? O Peppecrillo? O l’altro analfabeta Di Maio o quell’altro ancora Di Battista? O Giorgia Meloni? Siamo, siete sicuri che volete questo? E non disturbatevi troppo a contestare la similitudine, perché la similitudine c’è eccome. Boh, come diceva un mitico personaggio piombinese: disse Gesù fate vobis, si girò e dormì saporitamente.

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Ci sono ricascato ... ·

5. febbraio 2016, 17:33 by Sir Francis Drake

… ma grazie a un caro amico, ché tale lo considero pur avendolo visto di persona solo una volta, ho rimediato. Martedì sera come mio solito mi dilettavo a seguire una trasmissione politica la cui prima ospite è stata Laura Boldrini, la Presidente della Camera. Ascoltandola sono stato preso da una furia folle ed ho postato su Facebook un commento violentissimo e, francamente, talmente al di sopra delle righe da risultare offensivo e passibile di denuncia. Mi sono beccato anche un paio di insulti da un altro amico e poi in privato sono stato reso edotto del fatto che il mio commento era di un tono inaccettabile e mi è stato consigliato di togliere il post, cosa che ho fatto immediatamente.
Perché mi fa infuriare così tanto la Boldrini? Me lo sono chiesto dopo l’episodio di cui ho appena detto e ho cercato di darmi delle risposte. E forse ci sono arrivato. Non la sopporto perché riassume in sé tutte le caratteristiche che detesto nei politici. Una lista lunghissima che qui non si vuole che riassumere: parla un italiano traballante e incerto scevro dai congiuntivi e dai condizionali che necessiterebbero; la mancanza di questi ultimi la attribuisco al fatto che vive di certezze che poggiano sul niente, supportate esclusivamente da un’incomprensibile e maniacale ideologia pauperistica e operaista senza aver mai rivestito in vita suo il ruolo di povera, tantomeno di operaia. La sua precedente carriera, se così la si vuol chiamare, è di estrazione esclusivamente cetuale e si è snodata su una strada spianata durante la quale non ha dovuto sporcarsi le mani neanche una volta come si può ben leggere qui. Nonostante ciò si vede come l’erede di Pertini col quale, ovviamente ed evidentemente, non ha alcun punto di contatto nemmeno alla lontana. Anche perché non è stata prigioniera nella Torre del Passannante, lei, non è stata incarcerata a Pianosa, lei, non ha scritto al Ministro dell’Interno fascista rinnegando la lettera della madre che chiedeva la grazia, lei, non è stata condannata a morte, lei, e non è andata esule in Francia a fare il muratore, lei. Ha fatto la sua scuola e la sua università – con tutta calma fra l’altro – e laureandosi con una tesi su scemenze fatue, lei; ha fatto il portavoce dell’Onu in Bosnia quando davanti ai placidi sguardi dei Caschi Blu Mladic e Razanatovic su ordine di Milosevic macellavano l’intera popolazione di Srebrenica, lei.
Non ride mai coinvolgendo anche gli occhi, il che significa chiaramente che anche se le sue labbra sono atteggiate al sorriso, il suo animo non lo è. E parlando di occhi: diventano spiritati e tutta la faccia si contorce quando dà il via a assurde tirate che la fanno rientrare nella condizione descritta da Carlo Emilio Gadda di chi ha nella testa ben tre idee di cui due fisse ed una mirabilmente articolata.
E’ stata paracadutata alla presidenza della Camera per uno sporco gioco politico di Bersani che avendo dilapidato le elezioni del 2013, nel tentativo di formare un governo per esserne il presidente del consiglio, intenzione poi andata a ramengo, ha evitato di far eleggere un rappresentante del proprio partito sostituendolo con lei che rappresenta, rappresenta …. niente. Rappresenta un partitino che alle prossime elezioni sparirà dalla faccia della terra avendo i suoi membri già cominciato e quasi finito di transumare nel PD a caccia di poltrone e di potere.
Da presidente della Camera (la terza carica dello Stato) di tutto blatera (Europa, immigrati, rifugiati, accoglienza, solidarietà sempre e comunque a favore dei predetti e mai dei cittadini del proprio Paese che, economicamente, è allo sbando) salvo che di questioni istituzionali proprie della sua carica (basta guardare il suo sito e verificare)
Il governo, dopo aver macellato garanzie per i lavoratori e la scuola nella sua totalità (non che ci fosse rimasto molto da distruggere dopo venti anni di Berlusconi e PRODI, non ce lo dimentichiamo per favore), sta – con l’aiuto di berlusconidi di vario genere – macellando la Costituzione non si capisce neanche tanto bene a che scopo e lei non dice una parola e non usa neanche un minimo della posizione che ricopre per impedire questo scempio. Non credo che sia d’accordo con Renzi e i suoi accoliti, ma certo non fa nulla per dimostrare il contrario.
Per farla ancora più sporca, il conduttore nella medesima trasmissione ha invitato Massimo Cacciari e qui si è verificata la tragedia perché, con ancora negli occhi e nelle orecchie gli isterismi della Boldrini, l’ascoltatore si è ritrovato nella condizione di quello che si masturbava mettendo l’organo riproduttivo sull’incudine e lo prendeva a martellate e alla domanda: “Sì, ma quando godi?” rispondeva: “Quando sbaglio”. Quello di idee non ne ha tre, ma trecento e tutte mirabilmente articolate. E’ al corrente di tutti i percorsi istituzionali e civili che hanno portato all’attuale situazione, è in grado di analizzare i motivi dei vari fallimenti cui il Paese è andato incontro, è in grado di formulare una condotta ad ampio, amplissimo respiro e di spiegarla in un italiano splendido e comprensibile a tutti, con tutti i congiuntivi e i condizionali richiesti e prevedendo eventuali fallacie nella propria costruzione. E difatti è messo ai margini di tutto perché sarebbe di ostacolo a tutti questi bulimici di potere e sopraffazione di cui Renzi & co. sono alfieri e protagonisti a tutto campo e cui non è estranea neanche la Boldrini che se ne guarda bene dal mettere in discussione anche in modo molto velato e diplomatico la propria posizione.

Update: Sulla medesima rete sabato sera era ospite Claudio Magris e qui veramente mi sono cascati i coglioni in terra perché mi chiedo come mai non c’è la fila a chiedergli in ginocchio di prendersi responsabilità di governo (cui non è estraneo avendo fatto il senatore per una legislatura). Ovviamente lo so benissimo perché non c’è la fila da lui, né da Cacciari, né da – per fare un altro esempio non intellettuale – da Riccardo Illy: perché c’è da fare posto alle Boldrini.

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Io ce le ho le parole, invece ·

16. gennaio 2016, 17:46 by Sir Francis Drake

Di recente un mio caro amico, Patto, ha commentato un articolo di Ernesto Galli della Loggia con la seguente proposizione: “Senza parole”. Io invece ce le ho le parole e le vado a dire.
Premettiamo però che il Prof. Ernesto Galli della Loggia è un, per l’appunto, professore di Storia Contemporanea (M-STO/04) vale a dire la materia in cui sono stati fatti i disastri più agghiaccianti in termini di reclutamento e baronaggio susseguente. Tanto per fare un esempio quando quel signor ministro decise che i concorsi venivano banditi localmente e che i membri delle commissioni dovevano essere cinque e non potevano far parte di più di una commissione il succitato settore dovette declassare diversi concorsi da prima fascia a seconda perché non avevano abbastanza ordinari per fare le commissioni. E nonostante questo riuscirono a raddoppiare i ruoli tanto di prima che di seconda fascia.
Ma cosa ci dice il nostro editorialista nonché professore ordinario di storia contemporanea?

Per la prima volta nei 150 anni della sua storia l’Italia vede diminuire il numero degli studenti immatricolati all’università (meno il 20 per cento nell’ultimo quinquennio). Ciò avviene in concomitanza con una forte contrazione quantitativa che colpisce tutta la nostra istituzione universitaria. Più o meno nello stesso periodo, infatti, i docenti sono diminuiti del 17 per cento, e all’incirca della stessa percentuale il personale amministrativo, mentre l’ammontare dei finanziamenti ordinari che lo Stato versa agli atenei segna una diminuzione di ben il 22,5 per cento in termini reali. La spesa statale per borse di studio è ferma da dieci anni a 160 milioni annui (quindi cala in termini reali). In sostanza, rispetto al totale della spesa pubblica il comparto universitario è quello che ha fatto segnare negli ultimi anni la maggiore riduzione del personale e della spesa stessa. Il brillante risultato di questa politica di vero e proprio disinvestimento in un settore come quello dell’istruzione superiore e della ricerca – che peraltro in ogni occasione tutti si affannano a definire cruciale, importantissimo, decisivo – è che oggi l’Italia è all’ultimo posto in Europa per numero di giovani provvisti di laurea. Il ministro Giannini conosce certamente queste cifre.

Dunque, ci faccia capire: ma se diminuiscono i professori e il personale tecnico amministrativo (a entrambe le categorie fra l’altro è stato bloccato lo stipendio, alla prima nel 2010 e alla seconda nel 2008) e in mancanza di turnover per quale ragione mai si dovrebbe aumentare i trasferimenti al Fondo di Finanziamento Ordinario? Fra l’altro, pur essendo diminuiti questi finanziamenti, se non si fosse proceduto ad un’imbarcata di gente dietro l’altra, inventandosi addirittura delle materie inesistenti e inconsistenti pur di produrre nuove cadreghe sia per i docenti che per i non docenti, in base a questa diminuizione naturale ora ci dovrebbero essere soldi in abbondanza sia per aumentare gli stipendi, sia per effettuare il turnover di cui effettivamente a questo punto ci sarebbe bisogno.
E non si tiri in ballo il ministro Giannini perché ormai è provato che i danni più grossi all’università sono stati prodotti proprio da ministri che provenivano dalle fila universitarie. Bastano i nomi di Berlinguer, Ruberti, Profumo e Giannini per far correre brividi freddi lungo la schiena di chi dentro la scuola c’è da una vita. Mi direte: ma allora la Gelmini? Lei mica era un professore! No, in effetti no, ma certo la riforma che porta il suo nome non è farina del suo sacco.

Il calo delle immatricolazioni nel Sud e nelle Isole è, per esempio, più che doppio rispetto al Nord del Paese (e riguarda, fatto significativo, specialmente i giovani provenienti dalle famiglie meno abbienti). Cresce poi il numero degli studenti meridionali che si iscrivono nelle università centro-settentrionali (il fenomeno inverso è quasi inesistente, com’è inesistente la mobilità all’interno dell’area meridionale). Al Sud, una percentuale di studenti oscillante tra il 17 e il 25 per cento a seconda delle sedi abbandona gli studi, contro una percentuale nel Centro-Nord del 12-15 per cento. Infine, il numero dei posti nei corsi di dottorato, la possibilità di assunzione di nuovi docenti, le loro possibilità di carriera, tutti questi fattori vedono gli atenei del Mezzogiorno più o meno gravemente indietro rispetto a quelli del resto del Paese. Ora, se è del tutto fisiologico che in un Paese esistano sedi universitarie più dotate e altre meno, è viceversa sicuramente patologica una situazione come quella italiana dove in tutto il Sud non si registra neppure un centro universitario di eccellenza (un buon dipartimento qua e là non serve a cambiare il quadro), mentre questi, invece, sono tutti concentrati al Nord con qualche oasi fortunata al Centro. Il nostro sistema universitario soffre insomma di una doppia criticità. Da un lato esso vede da anni le proprie risorse diminuire (mentre in Francia, Germania e Spagna avviene il contrario); dall’altro esso si presenta sempre più come un sistema differenziato, con un Sud che arretra progressivamente. Ancora una volta due Italie, dunque, e ancora una volta sempre più lontane: un giovane nato a sud del Tevere (in questo caso bisognerebbe forse dire a sud dell’Arno) è destinato, novanta probabilità su cento, a studiare in un’università di serie B. ] l calo delle immatricolazioni nel Sud e nelle Isole è, per esempio, più che doppio rispetto al Nord del Paese (e riguarda, fatto significativo, specialmente i giovani provenienti dalle famiglie meno abbienti). Cresce poi il numero degli studenti meridionali che si iscrivono nelle università centro-settentrionali (il fenomeno inverso è quasi inesistente, com’è inesistente la mobilità all’interno dell’area meridionale). Al Sud, una percentuale di studenti oscillante tra il 17 e il 25 per cento a seconda delle sedi abbandona gli studi, contro una percentuale nel Centro-Nord del 12-15 per cento. Infine, il numero dei posti nei corsi di dottorato, la possibilità di assunzione di nuovi docenti, le loro possibilità di carriera, tutti questi fattori vedono gli atenei del Mezzogiorno più o meno gravemente indietro rispetto a quelli del resto del Paese. Ora, se è del tutto fisiologico che in un Paese esistano sedi universitarie più dotate e altre meno, è viceversa sicuramente patologica una situazione come quella italiana dove in tutto il Sud non si registra neppure un centro universitario di eccellenza (un buon dipartimento qua e là non serve a cambiare il quadro), mentre questi, invece, sono tutti concentrati al Nord con qualche oasi fortunata al Centro.
Il nostro sistema universitario soffre insomma di una doppia criticità. Da un lato esso vede da anni le proprie risorse diminuire (mentre in Francia, Germania e Spagna avviene il contrario); dall’altro esso si presenta sempre più come un sistema differenziato, con un Sud che arretra progressivamente. Ancora una volta due Italie, dunque, e ancora una volta sempre più lontane: un giovane nato a sud del Tevere (in questo caso bisognerebbe forse dire a sud dell’Arno) è destinato, novanta probabilità su cento, a studiare in un’università di serie B.

Questo fenomeno sopra descritto c’è da una vita e comunque non sarebbe diventato critico se non si fossero perseguite politiche folli che però, stranamente, all’epoca in cui sono state messe in atto non hanno ricevuto dal Prof. Galli della Loggia neanche la più velata critica. Anzi, andando a vedere probabilmente ci ha sguazzato dentro come un’anatra nello stagno. E che si debba seguire il suo suggerimento che la ragione di tutto ciò debba essere cercata ne divario storico di partenza tra le due parti del Paese direi che è proprio una sciocchezza, considerata la valanga di quattrini che è stata riversata nelle Università del Sud col solo risultato di creare stipendifici senza alcun impatto sulla qualità della didattica e della ricerca.
Conclude il nostro amico dicendo

Ma paradossalmente ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente. Senza che nessuno abbia discusso la questione cruciale. Vale a dire: che cosa si deve fare del sistema universitario italiano? Come deve essere? Puntare su poche sedi già oggi in buona posizione per cercare di farne dei veri centri di eccellenza di livello europeo può essere giusto, ma che fare allora delle altre e quali caratteristiche queste debbono avere? Ed è giusto che le sedi di eccellenza siano tutte o quasi concentrate in un triangolo della Pianura padana? Infine: si può immaginare un qualunque futuro per il sistema universitario riducendogli progressivamente i fondi come si fa ormai da troppo tempo?
Da ultimo una postilla: questo non vuole essere uno di quei piagnistei da «gufo» che tanto dispiacciono al nostro presidente del Consiglio. Al contrario: è un invito proprio a Matteo Renzi perché rivolga la sua attenzione a una questione cruciale per il Paese e intervenga come, se vuole, sa fare. Se gli servono idee, ammesso che egli pensi di averne bisogno, stia sicuro che in circolazione ce ne sono di ottime.

E quando i ministri erano professori universitari, cioè suoi colleghi, cosa che peraltro succede ancora oggi, perché la classe docente non ha fatto a questi colleghi le sacrosante critiche? E perché questi ministri professori vengono tutti da cariche universitarie (perlopiù rettori) che come è noto vengono elette da tutto il corpo docente? E perché quando facevano solo i professori sono stati eletti a queste cariche? Evidentemente queste stesse persone erano degne della massima fiducia, rettori addirittura!, e godevano della fiducia anche di Ernesto Galli della Loggia visto che gli consentivano di sbaroneggiare a destra e a manca. Oggi che stringono i cordoni della borsa, oggi sono diventati degli incompetenti che devono essere guidati da chi, un tempo, aveva messo il proprio destino nelle loro mani.
Strano vero?

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Ancora sulla scuola ·

27. giugno 2015, 08:48 by Sir Francis Drake

Nella congerie di commenti e discussioni e dibattiti che leggo su questa sciocca, inutile e vacua cosiddetta riforma della scuola ha attirato la mia attenzione la giustificazione addotta dal sedicente governo e dal sedicente presidente del consiglio e dai suoi sedicenti ministri e accoliti varii che insistono sulla necessità di dotare gli istituti scolastici di maggiore autonomia; tale autonomia consentirebbe a detti istituti di funzionare meglio.
Bene.
Non c’è niente di più falso e vado a spiegare il perché.
L’autonomia nel mondo dell’insegnamento è stata varata diversi anni fa nell’università, perpetuando il malcostume tutto italico in base al quale le case si cominciano dal tetto e non dalle fondamenta. Prima di questa autonomia, che non riguarda ovviamente la didattica e la ricerca ché quelle sono garantite dalla Costituzione e da diverse leggi della Repubblica di rango costituzionale, la faccenda funzionava così: le università venivano dotate di un budget che anche allora si chiamava FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) che era destinato alle SOLE attività di didattica e di ricerca, mentre per gli stipendi di docenti e personale tecnico amministrativo e per l’edilizia ci pensava direttamente lo Stato, versando quanto dovuto alla Banca d’Italia. Va da sé che anche il reclutamento del personale docente e non, i rinnovi dei contratti per il non docente (il docente universitario non è contrattualizzato e dipende direttamente dal Ministero) era a carico dello Stato che decideva di quante unità c’era bisogno in base ai programmi, ai corsi di laurea, al numero degli studenti e così via. Funzionava PERFETTAMENTE. Solo che … Solo che i signori universitari si sentivano ingiustamente privati di autonomia mediante la quale avrebbero potuto esprimere al meglio tutte le proprie capacità, creando piccole Oxford e, soprattutto, producendo laureati in numero congruo al resto d’Europa (secondo loro, ma su questo ci torneremo se non in questo post, in un altro che ho già in testa). E venne l’autonomia, cioè la possibilità di gestire autonomamente i denari provenienti dallo Stato, eventualmente accresciuti dalle fantasmagoriche attività di ricerca e didattica svolte da ogni singola università. Per naturale conseguenza si sviluppò anche concorrenza tra le università, soprattutto vicine, il che portò ad aprire sedi distaccate (pagate ovviamente col FFO) per cercare di rubarsi studenti e ad aprire corsi di laurea sempre più cervellotici (pagati sempre e comunque col FFO) nel tentativo di accaparrarsi il gradimento di più studenti e, ovviamente, tutto ciò portò ad assumere più docenti (risolvendo così il problema che c’era prima del blocco statale alle brame dei vari baroni di farsi più schiavi possibile) e personale tecnico amministrativo (cioè a dire tanti tanti voti in più per i ras politici locali).
In tutto questo la ricerca e la didattica sono forse migliorate? No Way! Sono rimaste della medesima qualità se non addirittura peggiorate a causa da una parte dello spalmare le risorse su una base infinitamente maggiore e dall’altra perché nella foga di reclutare non si è fatta alcuna valutazione approfondita, ma si tirato dentro gente purché fosse, Questo ultimo aspetto è divenuto letale quando i concorsi per i professori sono diventati, sempre in base alla autonomia, locali e hanno cessato di essere nazionali.
L’unico effetto che si è ottenuto è stato quello di distruggere finanziariamente quasi tutte le università perché tutte queste spese ad un certo punto sono diventate nella maggior parte dei casi senza controllo ed hanno portato addirittura alla commissione di reati veri e propri. Per esempio non pagando i contributi previdenziali e accantonando e poi spendendo i soldi dei contributi per nuove assunzioni o nuove strutture.
Dico tutto questo perché ho assistito personalmente all’annientamento dell’Università di Siena (la terza più antica italiana dopo Bologna e Pisa) che ad un certo punto era riuscita ad avere sedi distaccate ad Arezzo, Montevarchi, San Giovanni Valdarno, Grosseto e Follonica; era riuscita ad innalzare il numero dei docenti da 500 a 1200 e del personale tecnico amministrativo altrettanto. E tutto ciò in soli dieci-dodici anni.
Ora: tutto questo non è ignoto allo Stato. Probabilmente è ignoto a Renzi, Boschi, Faraone e a tutta quella pletora di poveretti e minus habentes che al momento hanno sostituito l’altra pletora di poveretti e minus habentes dell’altra fazione (ma siamo sicuri che siano di un’altra fazione?) che li ha preceduti. Ma i boiardi del Ministero, ai Direttori Generali e allo stesso ministro Giannini (professore universitario, anche se i suoi lavori sono noti presumibilmente nella chiostra del suo condominio e, forse, al giornalaio davanti casa sua) queste cose le sanno benissimo. Come può essere venuto loro in mente di riproporre la medesima situazione per le scuole di grado inferiore? Cos’è? Cupio dissolvi?
Quindi, per concludere, confermo quanto ho scritto precedentemente: cosa c’entra la scuola con la riforma della scuola? Qui siamo di fronte ad una manovra che con l’insegnamento non c’entra assolutamente niente, ma riguarda questioni sindacali e burocratico-amministrativo che non avranno alcun impatto sull’insegnamento, se non quello di peggiorarlo fino a livelli infimi (a quelli bassi ci siamo di già, basta correggere un qualsiasi scritto prodotto da uno studente universitario e ci se ne rende immediatamente conto).
Mi riprometto di tornare sull’argomento scuola e università, ma su altri aspetti. Per oggi basta così.

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Cosa c'entra la scuola con la riforma della scuola? ·

25. giugno 2015, 13:50 by Sir Francis Drake

Ho passato 40 anni della mia vita dentro ogni scuola di ordine e grado e se contiamo anche l’asilo (scuola d’infanzia) gli anni salgono a 44 (su 49). Ma c’è di più: sia mio padre che mia madre sono stati professori uno di liceo e uno di istituto. Qualcosina di scuola ne so. E per quanto leggo qui sul Corriere posso tranquillamente affermare che con la scuola il testo del ddl sulla scuola non c’entra assolutamente niente. Si tratta di un troiaio assolutamente burocratico ed amministrativo che alla didattica non dedica neanche una parola, tanto meno una disposizione e che effetti sulla didattica non ne avrà alcuno. Anche perché gran parte di queste belle proposizioni sono già in vigore, sia pure non disciplinate da alcuna legge. Infatti, per fare un esempio, la possibilità dei Presidi di chiamare ad libitum gli insegnanti è in voga da almeno sessanta anni e non si è mai sentito un sospiro su questo. Il precariato è endemico nella scuola tant’è che già i miei genitori quando non erano ancora entrati di ruolo dopo aver vinto UN CONCORSO (previsto per legge sin dalla riforma Casati e ribadito dalla riforma Gentile per quanto riguarda la scuola, ma dettame valido per qualsiasi ruolo dello Stato, sempre per legge) venivano regolarmente licenziati (dallo Stato) a giugno e riassunti il primo di settembre, cosa che – fra l’altro – ha inciso anche, sia pure in piccola misura, sui loro trattamenti pensionistici essendoci dei buchi di tre mesi nei primi due o tre anni di insegnamento.
Mi fermo qui, per il momento, perché voglio vedere il testo definitivo che uscirà. Aggiungo solo una notazione che posso anticipare perché quale che sia la forma definitiva del testo, sicuramente non inciderà su questa mia riflessione. Quando si parla della scuola, ma in generale dei ruoli dello Stato, grandina sia nei discorsi che nei testi la parola “meritocrazia” che, diciamola come sta, non solo fa schifo, ma non descrive certo un concetto da introdurre. Il concetto da introdurre, anzi da recuperare perché era molto ben applicato fin quando non sono cominciate queste riforme folli (la prima varata da quel bel democristiano di Misasi) che hanno distrutto la scuola e l’università oltre ogni possibilità di rimedio, è quello di “selezione”. Se non si recupera il principio di SELEZIONE siamo condannati ad un (neanche tanto) lento declino, anzi al termine di questa angosciante agonia che ha portato un Paese come il nostro dall’eccellenza della scuola al degrado culturale che, fra l’altro, ci ha dato questa bella classe dirigente che da almeno quaranta anni imperversa senza requie e da cui non si intravede la possibilità di liberarsi.
Mi rendo conto che da questo post trasuda un pessimismo che sfocia nel nichilismo, ma onestamente dubito che per come si stanno mettendo le cose sia andato tanto lontano dalla preveggenza esatta del futuro.

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La cena dei cretini ·

9. dicembre 2012, 14:03 by Sir Francis Drake

In questo articolo si assiste ad una infarcitura di cretinate della quale non avremmo ritenuto capaci neanche dei mentecatti, figuriamoci un Presidente del Consiglio e uno della Repubblica, nonché il direttore del maggior quotidiano nazionale. Si sciorinano una serie di interrogativi sul comportamento di Alfano e Berlusconi che hanno la propria risposta in re ipsa, come si dice. Ma questi scemi non se lo sanno spiegare … Non si sanno spiegare perché tanto odio nei confronti della Fornero, strano no? Non si sanno spiegare perché avere succhiato il sangue da questi professorini universitari che non sanno cosa vuol dire lavorare, mentre poi si prestano – praticamente a fondo perduto – 4 miliardi di euro (dei contribuenti!!!) al Monte dei Paschi che ha debiti per oltre 30 miliardi e che se stesse sui mercati (come amano dire ‘sti stronzi) sarebbe già fallita con 31.000 persone a casa, per il cittadino medio è un crimine senza remissione. Non si sanno spiegare tanto odio perché non si mettono d’accordo tra Welfare e Funzione Pubblica in modo da attutire la strage di statali che stavano preparando, peggiore – e mi costa sangue dirlo – di quella perpetrata da quel nano cretino di Brunetta. Perché, si chiedono Napolitano, Monti e De Bortoli che è l’estensore dell’articolo? Ma non viene in mente a questi Soloni che cascano dal pero che il Ministro dell’Istruzione è una testa di cazzo ingegnere elettrotecnico (nel paese di Cicerone e Dante!!!!!!) che sta macellando l’università pubblica? Che consente ai rettori di rimanere in carica per decenni, nonostante la riforma di quell’altra scienziata della Gelmini, e non ha fatto una mossa che una per togliere il malaffare dalla scuola e, soprattutto, dall’università, anzi l’ha incoraggiato facendo anche esso parte del sistema? E non si rendono conto che il vecchio, scemo e imbelle, ministro dei beni culturali è saltato per un muricciolo caduto a Pompei e che ora che a Pompei ne casca uno al giorno, di Ornaghi non se n‘è sentito neanche parlare? E infine: ma cosa si meravigliano del comportamento del nano e dei suoi sgherri, se finora hanno fatto di tutto per favorire il PD che quanto a distruzione delle finanze pubbliche, della scuola, della pubblica amministrazione e degli enti locali non è secondo a nessuno! Qui il problema non è Monti, o meglio non è certo solo lui. Il problema è quella pletora di scemi e, in qualche caso anche delinquenti, che Monti ha voluto con sé. Questi sono i risultati e Napolitano, Monti e De Bortoli devono piangere solo la propria cretineria. Non devono e non possono ringraziare nessun altro. E la smettano di romperci i coglioni con questa storia dei mercati. Non si vuole certo far finta di ignorare che esistano e che contino, ma non possono contare fino al punto di distruggere un Paese perché “abbia credibilità”. Speriamo solo che tutta questa farsa non riporti al potere il nanetto malefico, ma certo che se continua così va a finire che rivince a mani basse e la colpa stavolta dovranno darla solo a sé stessi.
Stronzi!!!

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Questo è proprio uno stronzo, senza se e senza ma ·

10. ottobre 2012, 18:25 by Sir Francis Drake

La seguente dichiarazione è di Sergio Marchionne:

E MARCHIONNE SU RENZI – Matteo Renzi «è la brutta copia di Obama ma pensa di essere Obama. E’ il sindaco di una piccola e povera città»: lo ha detto l’amministratore delegato di Fiat e presidente di Acea Sergio Marchionne, parlando con gli studenti a margine di una tavola rotonda sulla mobilità a Bruxelles.

Non bastava che questo stronzo facesse quello che ha fatto, con tutte le conseguenze letali per la nazione che gli ha dato i natali (e che li ha dati a personaggi parecchio più simpatici di lui, come ad esempio Rocco Siffredi). Ora ci voleva, per attaccare quell’altro pirla di Renzi, che parlasse di Firenze come di una piccola e povera città, dimostrando non soltanto di essere uno stronzo, ma di essere anche scemo e ignorante.

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Fornero: «Il lavoro non è un diritto» ·

27. giugno 2012, 19:18 by Sir Francis Drake

E infatti l’art. 1 della Costituzione recita:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

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Mi riempie di un nero terrore ... ·

4. maggio 2012, 10:53 by Sir Francis Drake

… il fatto che quanto viene detto da questa fascista che più fascista non si può

abbia delle assonanze a dir poco imbarazzanti con quanto scritto qui oppure, peggio ancora, qui o, addirittura, qui.

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Errata corrige ·

3. aprile 2012, 10:34 by Sir Francis Drake

Invitiamo il Corriere della Sera a correggere, d’accordo con la Magistratura, nella quale – va detto – continuiamo a riporre la massima sfiducia, questo titolo

con questo

E’ più corretto. Molto di più.

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