Ancora sulla scuola ·

27. giugno 2015, 08:48 by Sir Francis Drake

Nella congerie di commenti e discussioni e dibattiti che leggo su questa sciocca, inutile e vacua cosiddetta riforma della scuola ha attirato la mia attenzione la giustificazione addotta dal sedicente governo e dal sedicente presidente del consiglio e dai suoi sedicenti ministri e accoliti varii che insistono sulla necessità di dotare gli istituti scolastici di maggiore autonomia; tale autonomia consentirebbe a detti istituti di funzionare meglio.
Bene.
Non c’è niente di più falso e vado a spiegare il perché.
L’autonomia nel mondo dell’insegnamento è stata varata diversi anni fa nell’università, perpetuando il malcostume tutto italico in base al quale le case si cominciano dal tetto e non dalle fondamenta. Prima di questa autonomia, che non riguarda ovviamente la didattica e la ricerca ché quelle sono garantite dalla Costituzione e da diverse leggi della Repubblica di rango costituzionale, la faccenda funzionava così: le università venivano dotate di un budget che anche allora si chiamava FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) che era destinato alle SOLE attività di didattica e di ricerca, mentre per gli stipendi di docenti e personale tecnico amministrativo e per l’edilizia ci pensava direttamente lo Stato, versando quanto dovuto alla Banca d’Italia. Va da sé che anche il reclutamento del personale docente e non, i rinnovi dei contratti per il non docente (il docente universitario non è contrattualizzato e dipende direttamente dal Ministero) era a carico dello Stato che decideva di quante unità c’era bisogno in base ai programmi, ai corsi di laurea, al numero degli studenti e così via. Funzionava PERFETTAMENTE. Solo che … Solo che i signori universitari si sentivano ingiustamente privati di autonomia mediante la quale avrebbero potuto esprimere al meglio tutte le proprie capacità, creando piccole Oxford e, soprattutto, producendo laureati in numero congruo al resto d’Europa (secondo loro, ma su questo ci torneremo se non in questo post, in un altro che ho già in testa). E venne l’autonomia, cioè la possibilità di gestire autonomamente i denari provenienti dallo Stato, eventualmente accresciuti dalle fantasmagoriche attività di ricerca e didattica svolte da ogni singola università. Per naturale conseguenza si sviluppò anche concorrenza tra le università, soprattutto vicine, il che portò ad aprire sedi distaccate (pagate ovviamente col FFO) per cercare di rubarsi studenti e ad aprire corsi di laurea sempre più cervellotici (pagati sempre e comunque col FFO) nel tentativo di accaparrarsi il gradimento di più studenti e, ovviamente, tutto ciò portò ad assumere più docenti (risolvendo così il problema che c’era prima del blocco statale alle brame dei vari baroni di farsi più schiavi possibile) e personale tecnico amministrativo (cioè a dire tanti tanti voti in più per i ras politici locali).
In tutto questo la ricerca e la didattica sono forse migliorate? No Way! Sono rimaste della medesima qualità se non addirittura peggiorate a causa da una parte dello spalmare le risorse su una base infinitamente maggiore e dall’altra perché nella foga di reclutare non si è fatta alcuna valutazione approfondita, ma si tirato dentro gente purché fosse, Questo ultimo aspetto è divenuto letale quando i concorsi per i professori sono diventati, sempre in base alla autonomia, locali e hanno cessato di essere nazionali.
L’unico effetto che si è ottenuto è stato quello di distruggere finanziariamente quasi tutte le università perché tutte queste spese ad un certo punto sono diventate nella maggior parte dei casi senza controllo ed hanno portato addirittura alla commissione di reati veri e propri. Per esempio non pagando i contributi previdenziali e accantonando e poi spendendo i soldi dei contributi per nuove assunzioni o nuove strutture.
Dico tutto questo perché ho assistito personalmente all’annientamento dell’Università di Siena (la terza più antica italiana dopo Bologna e Pisa) che ad un certo punto era riuscita ad avere sedi distaccate ad Arezzo, Montevarchi, San Giovanni Valdarno, Grosseto e Follonica; era riuscita ad innalzare il numero dei docenti da 500 a 1200 e del personale tecnico amministrativo altrettanto. E tutto ciò in soli dieci-dodici anni.
Ora: tutto questo non è ignoto allo Stato. Probabilmente è ignoto a Renzi, Boschi, Faraone e a tutta quella pletora di poveretti e minus habentes che al momento hanno sostituito l’altra pletora di poveretti e minus habentes dell’altra fazione (ma siamo sicuri che siano di un’altra fazione?) che li ha preceduti. Ma i boiardi del Ministero, ai Direttori Generali e allo stesso ministro Giannini (professore universitario, anche se i suoi lavori sono noti presumibilmente nella chiostra del suo condominio e, forse, al giornalaio davanti casa sua) queste cose le sanno benissimo. Come può essere venuto loro in mente di riproporre la medesima situazione per le scuole di grado inferiore? Cos’è? Cupio dissolvi?
Quindi, per concludere, confermo quanto ho scritto precedentemente: cosa c’entra la scuola con la riforma della scuola? Qui siamo di fronte ad una manovra che con l’insegnamento non c’entra assolutamente niente, ma riguarda questioni sindacali e burocratico-amministrativo che non avranno alcun impatto sull’insegnamento, se non quello di peggiorarlo fino a livelli infimi (a quelli bassi ci siamo di già, basta correggere un qualsiasi scritto prodotto da uno studente universitario e ci se ne rende immediatamente conto).
Mi riprometto di tornare sull’argomento scuola e università, ma su altri aspetti. Per oggi basta così.

E se proprio non puoi farne a meno, allora





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