Law Books and the Language of the Catalogues ·

27. novembre 2015, 22:05 by Sir Francis Drake

Contributo sulla determinazione dei criteri di compilazione di un catalogo di libri antichi ricompreso nella pubblicazione da me curata insieme al Prof. Laurent Mayali, Head of Robbins Collection, University of California, Berkeley e al Prof. Mario Ascheri, Professore Emerito a Roma III.

Law Books Copertina

Law Books – Articolo completo

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure





Ho preso una decisione ·

11. ottobre 2015, 17:40 by Sir Francis Drake

Per molti anni, prima di tornare finalmente sull’amato scoglio, ho fatto tutt’altro tipo di lavori. Dico lavori perché in effetti non è che ne facessi uno solo, ma almeno un paio curando hobbies che propriamente passatempi non si potevano chiamare. Comunque appena laureato mi sono dedicato, oltre che a fare il servizio civile presso il Comune di Montelupo Fiorentino, alla ricerca e precipuamente alla storia del diritto, intesa in senso molto lato e ricomprendendoci anche archivistica e, soprattutto, bibliografia antica. Riservandomi dunque di aprire ulteriori sezioni del blog onde propinarvi anche i risultati dei miei cosiddetti passatempi (musica e informatica), ho deciso di partire col propinarvi le mie (piuttosto numerose) pubblicazioni accademiche. Parto con quelle di bibliografia antica, ma per far ciò vi invito ad andare nella apposita sezione

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure





La democrazia, ah! La democrazia! ·

12. settembre 2015, 16:23 by Sir Francis Drake

Riprendo uno spunto del post precedente perché le seguenti riflessioni che mi sovvengono da un po’ sono state resuscitate a nuova vita dall’ignobile massa di sciocchezze emerse in seguito alle note vicende dell’immigrazione (o forse sarebbe più corretto chiamarla “migrazione” o, anche meglio, “esodo”).
Termine inflazionatissimo in qualsiasi manifestazione del pensiero e su qualsiasi argomento, la democrazia viene tirata in ballo perlopiù a sproposito, come mi accingo a dimostrare con qualche esempio.
Preventivamente va considerato tuttavia che anche quando è utilizzata a proposito bisogna ricordarsi che la democrazia è un archetipo e non un reale obbiettivo da poter raggiungere al cento per cento. Tant’è vero che anche quando ha raggiunto il suo punto più alto, cioè nell’Atene del V-IV secolo a.c., e si trattava di un termine assolutamente usato a proposito, cioè “governo del popolo”, il popolo votante, quello che governava cioè, era costituito da circa 40.000 dei 100.000 cittadini che abitavano Atene all’epoca. Infatti non votavano i bambini, gli Iloti, i Meteci e le donne. Già: le donne non votavano (e non potevano assistere né ai giochi olimpici né al teatro essendo considerato questo ultimo il massimo dell’espressione politica, da “polis” = città).
Un esempio che mi viene in mente di utilizzo a sproposito: la repressione di alcuni tafferugli in Palestina da parte degli Israeliani si è meritato da parte di un amico la frase di scherno “Ecco i democratici Israeliani”, sottintendendo che reprimere i Palestinesi non sia democratico. E invece è assolutamente democratico perché gli Israeliani votano regolarmente i propri governanti (anche le donne, sì e non le infibulano neanche né fanno tenere loro il velo o peggio ancora il burqa e non le sposano a tre o quattro alla volta e hanno anche il divorzio, strano eh?) e di qualsiasi colore li votino, destra o sinistra, comunque col proprio voto danno mandato a questi governanti di tenergli lontano dai coglioni i Palestinesi e di reprimere eventuali comportamenti violenti di questi ultimi. Perciò i governanti israeliani, con l’esercito, si attengono alla volontà del popolo israeliano e danno le mazzate ai Palestinesi che disturbano. Poi si può delibare che lo Stato israeliano sia legittimato o meno a tenere questa condotta, ma di certo per quanto attiene alla democrazia possono fare lezione ad un sacco di popolazioni, tutte quelle che li circondano di sicuro, ma per come si mettono le cose in Europa, anche a diverse europee.
Un altro esempio: chi mette in dubbio che la Svizzera sia democratica? Nessuno, certo. Addirittura le leggi cantonali, non quelle federali, vengono messe tutte a referendum. Più democratico di così … Però è altrettanto vero che per buona parte del secolo scorso in tutti i cantoni le donne non avevano il diritto di voto e in uno, addirittura, il diritto di voto alle donne è passato poco tempo fa con una risicata maggioranza per l’appunto al referendum. E non era la prima volta che veniva proposto. Solo che tutte le volte precedenti democraticamente i maschi del cantone avevano deciso che le donne non dovevano votare.
Inutile andare avanti con gli esempi. D’altro canto bisogna anche considerare se la democrazia sia effettivamente la panacea di tutti i mali o meglio se tutti i mali vengano da una presunta o effettiva mancanza di democrazia. Dubito che la Toscana sia meglio amministrata da Enrico Rossi democraticamente eletto piuttosto che da Francesco Stefano o Pietro Leopoldo che invece erano stati paracadutati lì per l’estinzione della dinastia Medici nel 1737 in base al diritto feudale. E dubito che Atene fosse meglio di Sparta e questo mio dubbio trova conferma nelle parole di Tucidide che potete leggere nel Dialogo dei Melii e degli Ateniesi.
E d’altro canto anche campioni di democrazia come gli Anglosassoni si sono alle volte lasciati andare a osservazioni tipo questa di Churchill:

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora

che sottintende un’ironia che sfiora lo scetticismo.
Insomma io sono fermamente convinto che si debba cercare di raggiungere quanta più possibile vicinanza all’archetipo stabilito dai Greci (rectius_ dagli Ateniesi) 2500 ani fa, ma sono altresì convinto che prima di utilizzare certi termini si debba stare molto attenti acché si attaglino al caso di cui stiamo trattando. E che la si debba anche smettere con le frasi fatte, in generale, ed in particolare quando si tratta di argomenti così delicati. Mi viene in mente un passo di Heinlein in Fanteria dello Spazio dove il colonnello Dubois, insegnante di filosofia, ad una studentessa che aveva utilizzato la frase fatta: “La violenza non risolve nulla” sprezzantemente diceva: “Benissimo. Vada ad esporre codesta bella teoria ai Cartaginesi”.

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure





Le cose devono essere chiamate col proprio nome ·

6. settembre 2015, 13:19 by Sir Francis Drake

L’intensificarsi dell’esodo che dall’Africa e dal Medio Oriente investe le nostre e non solo le nostre coste, i nostri e non solo i nostri confini ha dato la stura alla più imponente e devastante manifestazione di crassa ignoranza e assoluta assenza di buon senso e civiltà cui abbia assistito in vita mia. Non entrerò nel merito della questione accoglienza sì – accoglienza no, anche se – ovviamente – ho la mia idea. Ne faccio invece una questione che apparentemente potrebbe essere ravvisata come terminologica, ma in realtà è assolutamente sostanziale. Sui giornali, nei discorsi politici, in TV e sui social media grandinano i seguenti termini: “democrazia”, “Europa”, “razzismo”, “fascismo”, “nazismo”, “nazi-fascismo”, “accoglienza”, “solidarietà”, “integrazione”, “valori cristiani”. Mi domando: sono utilizzati a proposito o a sproposito? Se ne è penetrato il significato oppure vengono utilizzati senza ragion veduta e alterandone e distorcendone la sostanza fino a snaturarli completamente?
Propendo per la seconda ipotesi e, tanto per cambiare, attribuisco questo disastro dell’anima e della società all’abbandono ormai totale di qualsiasi istanza culturale in questo Paese e alla devastazione della scuola, e per naturale conseguenza, della società che a questo punto non è più possibile neanche lontanamente chiamare “civile”, ma che è molto appropriato ormai chiamare “barbara”. Barbara nel senso greco della parola: “balbettatrice”. Perché ormai quello che si sente e si legge è un balbettio incoerente e confuso che serve solo a confondere quei rimasugli di coscienza e civiltà che ciascuno dovrebbe portare dentro di sé.
Certo non aiuta il fatto che questo Paese sia governato a livello nazionale e amministrato a livello locale da una masnada di semi analfabeti, a partire dal Presidente del Consiglio, per giungere ad analfabeti interi come alcuni ministri fra i quali citerò Alfano e la Boschi, ma solo a titolo esemplificativo. L’arroganza e la presunzione non fanno altro che dare il colpo definitivo a qualsiasi pretesa di recupero del buon senso. D’altro canto l’aver continuato a giocare con le rondelle del dodici per gli ultimi 50 anni ha alla fine prodotto questo splendido risultato.

Facciamo qualche precisazione, pur in piena coscienza del fatto che non serve a niente se non a dare libero sfogo alla intima disperazione che mi causa tutto ciò.

Allora: l’Europa. Spiacente deludere, ma l’Europa non esiste. E, cari amici, ce n’è un’altra: non è mai esistita se non per un breve periodo in epoca augustea, ma non si chiamava Europa, si chiamava Impero Romano ed era tutta un’altra cosa. Come ho avuto modo di scrivere di recente quella che chiamiamo Europa non è altro che un branco di cravattari che pensano solo ai soldi. E mezzi non sono europei manco per niente perché non condividono niente, né lingua (neanche per ceppo), né religione, né consuetudini, né provenienza, né cibo, né riti funebri, insomma: NIENTE.
Si dirà: ma politicamente si poteva fare una federazione. Si poteva, certo e c’era chi lo aveva teorizzato e auspicato (Spinelli, Schuman), ma non lo si è fatto e ora è troppo tardi. Non si è riusciti a scrivere neanche dieci articoli dieci di costituzione europea i cui principi avrebbero dovuto essere recepiti dalle legislazioni nazionali. L’unica cosa che viene condivisa, sia pure in misure totalmente diverse, è la legislazione fiscale e monetaria, ma dove vogliamo andare?

Razzismo. Cosa c’entra il razzismo? Anche qui la questione sembra terminologica, ma non lo è. Arabi e Israeliani sono della stessa razza, quella semita, ma non mi pare che vadano tanto d’accordo né che vengano trattati nello stesso modo. E da qui si arriva al nazismo. Il nazismo era razzista sì, perché trattava nello stesso modo gli appartenenti ad una razza che non fosse la loro (jafetiti): sterminava in egual misura i semiti e i camiti (i neri) nel tentativo, per fortuna non riuscito, di ridurre le razze ad una sola. Solo un ignorante della più bell’acqua (ed evidentemente sono milioni) potrebbe utilizzare questi termini per descrivere la situazione attuale. Si dovrebbe parlare molto più correttamente di puro e semplice egoismo che riassume in un solo termine quanto accade. In sostanza: in Occidente abbiamo raggiunto uno stato di benessere e di agiatezza che nessuna crisi economica, pur drammatica che sia come quella testé in corso dal 2008, riesce a scalfire. Bene. Noi Occidentali non vogliamo rinunciare a neanche un briciolo di questo benessere e di questa agiatezza e quindi questa gente che scappa da guerre e carestie non la vogliamo qui perché non vogliamo condividere niente. E a niente vale il fatto che in parte, in buona parte, abbiamo contribuito a creare questa situazione. E a niente serve ricordare che la cosiddetta Europa si è ritrovata non più tardi di cinque secoli fa nella stessa identica situazione e per le stesse identiche motivazioni. Non vogliamo restituire niente di quello che abbiamo. E’ così semplice. Perché si deve traslare tutto in questioni ideologiche che finiscono per far apparire le ragioni dei non accoglienti e quelle degli accoglienti alla stessa stregua?

I valori cristiani. Altra puttanata infame. L’Europa non solo non esiste, ma se esistesse non avrebbe certo radici cristiane. Al di là della banale osservazione che anche se le avesse non sarebbe certo motivo di vanto non foss’altro per le stragi paurose che sono state commesse in nome e per conto di tale presunte radici, anche fra cristiani, comunque sia solo i cristiani si dividono in una miriade di confessioni (ortodossi, cattolici, protestanti, cetnici) e comunque dei ventotto Stati europei molti non sono cristiani e anche quelli che lo sono in buona parte non hanno radici nel cristianesimo. Gli Slavi (Polacchi, Bulgari, Cechi, Slovacchi, Sloveni e Croati) e gli Ungro-Finnici hanno presumibilmente radici sciamaniche visto che sono il risultato di migrazioni dalla parte mongola dell’Asia. I Rumeni (sì, si dice RUMeni e non ROMeni volendo indurre analogie con i Rom che, com’è ovvio, non c’entrano niente) provengono dai Daci e quindi presumibilmente politeisti, esattamente come gli Europei Occidentali visto che tanto i Greci che i Romani erano politeisti. Radici cristiane una cippa.

Non sarebbe molto più semplice e pulito prendere atto del fatto che il mondo, di cui siamo tutti cittadini, cambia e che ci dobbiamo tutti fare carico di questi cambiamenti e delle loro conseguenze, visto che fra l’altro ne siamo in buona parte responsabili? Personalmente sono dell’opinione di Carlo Emilio Gadda: se un pappone sfregia una puttana a Maracaibo io me ne sento per la mia parte responsabile. Ma senza arrivare a tanto, basterebbe ricordarsi di quanto sosteneva Terenzio:

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure [1]





Dev'essere qualcosa nel cognome ·

18. luglio 2015, 09:44 by Sir Francis Drake

Di recente sulla vicenda greca ho avuto uno scontro su un noto social network con Michele Boldrin e alcuni suoi accoliti liberisti che mi ha fatto riflettere sul mio modo di affrontare il mondo. Anni fa, non molti, aggredivo le questioni con giudizi immediati e o assolutamente negativi o assolutamente positivi. Anche da bambino ero così e mi veniva rimproverato di lasciarmi andare a facili entusiasmi. Come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, comunque, credo di essere un po’ maturato e quindi il primo impatto che ho con persone e situazioni di solito mi vede abbastanza cauto. Solo dopo essermi fatto tutte le idee di cui sono capace prendo infine posizione.
Quando in Grecia Tsipras è salito al potere e ha nominato ministro Varoufakis il mio coinquilino ha subito manifestato grande entusiasmo, cambiando la foto del profilo FB in questa:

mentre io sono rimasto piuttosto tiepidino, anche perché non condivido appieno l’ideologia di Syriza di cui Varoufakis, ancor più di Tsipras, è un alfiere. Poi è arrivato lo scontro con Boldrin che ripropongo qui sotto:

A questo punto, dopo aver perso la pazienza e aver mandato a quel paese questi semifascisti ho cominciato a star dietro alla questione ancora più attentamente e, premesso che mi è stata confermata l’idea che gli economisti siano, tutti, un branco di cialtroni che, se hanno studiato, hanno studiato una scienza che non esiste perché con gli stessi dati in mano pervengono a conclusioni spesso divergenti se non addirittura opposte, mi sono imbattuto in un economista che però non si nasconde il fatto che le questioni da lui affrontate siano essenzialmente politiche e che quindi si dedica spesso al fact checking che è l’unica possibilità di dare un minimo di fondatezza a quelle che altrimenti sono opinioni, legittime o meno, comunque opinioni. Eccolo qua. E infine sono andato qui, su questo sito e ho letto con attenzione questo documento che altro non è che il memorandum di sottomissione della Grecia imposto dalla sedicente Europa (leggi: Germania) commentato da Varoufakis: lo potete scaricare qui.
Chiusura del cerchio: Varoufakis tutta la vita e tante scuse a HJK per aver ironizzato sul suo entusiasmo.
Cosa c’entra l’allusione al cognome nel titolo del post? C’entra. Qualche giorno fa era il ventennale della strage di Srebrenica su cui a più riprese ho scritto. Per la precisione qui e qui. Ora succede che sulla vicenda prenda la parola la Boldrini, la più inutile, insulsa, ideologizzata e incapace dei presidenti della Camera che la Repubblica italiana e prima ancora il Regno d’Italia abbia mai avuto (e il suo corrispondente del Senato è della stessa pasta). Si dà il caso che la Boldrini fosse il portavoce dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati all’epoca dei fatti, cioè il portavoce della inutile branca della più inutile e costosa organizzazione mondiale. In cosa consisteva l’impegno della Boldrini? Nel viaggiare sotto scorta in SUV spettacolari, alloggiare in resort cinque stelle luxus per recarsi in posti dove si commettevano atrocità inenarrabili sotto il naso, letteralmente nel caso di Srebrenica, dell’ONU e dei suoi caschi blu e poi portare la posizione ufficiale di detta inutile e anzi dannosa, oltreché incommensurabilmente costosa, organizzazione. Mi domando: con che faccia apre bocca, per giunta dalla sua posizione istituzionale per la quale si è rivelata fin da subito assolutamente inadeguata, su una vicenda del genere? E’ da meravigliarsi che non l’abbiano presa a sassate come hanno invece fatto con il presidente serbo. Leggere per esempio qui.
Ecco quindi spiegato il titolo del post: dev’essere qualcosa nel cognome che rende certe persone così disgustose.

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure





Le rondelle del dodici ·

29. giugno 2015, 13:31 by Sir Francis Drake

Questo post continua la riflessione sulla scuola e sulla sua pretesa riforma da parte del branco di cazzari che pro tempore ci governano (?????). Avevo fatto cenno nel precedente post al fatto che le riforme universitarie che si sono susseguite nel tempo, soprattutto a partire da quella che porta il nome di Berlinguer, trovassero la propria giustitificazione nella necessità di equiparare il numero dei laureati a quello del resto d’Europa. Non si capisce bene a dire la verità a quale o a quali dei Paesi europei ci si rifaccia come punto di riferimento, ma diamo per assunto che siano quelli a noi più vicini come Gran Bretagna, Germania e Francia.
Più di recente questa tematica è stata estesa anche ai diplomati e difatti se ne fa menzione nella documentazione allegata al ddl della cosiddetta “buona scuola”, nonché nei vari dibattiti politici che si sentono in giro. Mi prendesse un accidente se qualcuno, della maggioranza o dell’opposizione, si sia mai preso la briga di verificare ‘sto fatto. Il vostro Sir Francis però ha girato un bel po’ anche in scuole e università straniere, nonché ha passato lunghi periodi all’estero, soprattutto in Germania, come testimoniato anche da questo blog e può testimoniare in prima persona che tutte quelle affermazioni sono delle boiate pazzesche. E sono false. Ma non è che sono false da un mero punto di vista numerico (anche), ma da un punto di vista sociale. E sono tanto più false per quanto riguarda gli studi universitarii. Infatti in quelle nazioni prese a punto di riferimento all’università ci vanno percentuali infinitamente inferiori di studenti rispetto a quelle italiche, con il risultato che percentualmente i laureati si avvicinano al 100%, ma solo perché in Germania, per dire, i diplomati che accedono all’università non sono il 100% l’anno come da noi, ma – la butto lì – il 35%, massimo 50%. E sono quelli che escono dai licei e non – per esempio – dagli istituti tecnici. Ciò succedeva anche da noi fino agli anni ’70: all’università accedevano solo i diplomatici classici (anche per fare i medici e gli ingegneri, sì) e c’era – ovviamente – una ragione: chi faceva il liceo classico era destinato alle professioni liberali (incluso, ovviamente, l’insegnamento), dopo aver ovviamente passato la tremenda selezione non solo del classico, ma anche dell’università – quale che fosse – e perciò, in altre parole, era destinato a formare la classe dirigente del Paese. Chi invece aveva fatto, che so io, il nautico, era destinato a fare il marinaio e poi anche l’ufficiale, ovvio, ma mai e poi mai a ricoprire ruoli nello Stato e nell’amministrazione nazionale o locale per i quali, va da sé, non era stato formato.
Quando si sono aperte le università a tutti, in nome di un malinteso senso di egualitarismo che in realtà costituiva il peggiore esempio di discriminazione, ci siamo ritrovati con dirigenti o magistrati della Corte dei Conti o insegnanti di letteratura italiana che i cinque anni di superiori li avevano passati sopra un tornio (es.: Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato) o a imparare a fare gli impianti elettrici (es. l’elettrotecnico qui citato) con i risultati drammatici che sono sotto gli occhi di tutti.
In Europa non credo che esistano restrizioni legislative come questa che vigeva da noi, ma esistono restrizioni imposte dalla tradizione culturale e dal buon senso che agiscono come se fossero prescrizioni legislative (ah! il diritto naturale!).
In Austria, per fare un esempio, esistono licei minerari (a Leoben; la voce narrante di Verstoerung di Thomas Bernhard è uno studente di tale liceo che accompagna il padre medico durante le sue visite) oppure licei forestali. Sacrosanto no? Ci sono miniere e boschi e quindi viene formata una classe di professionisti che sanno come far rendere queste risorse per il bene proprio e del Paese. E non passa, a questi signori, neanche per l’anticamera del cervello di uscire dal liceo minerario di Leoben e iscriversi alla TU Wien, bensì si precipitano a cercare lavoro presso delle cave, in amministrazione o nella parte tecniche con la certezza di avere un mestiere nelle mani e di potersela comunque giocare, col tempo e l’esperienza, per la dirigenza in quel settore specifico.
Ergo all’università ci vanno in pochissimi e solo se si sono diplomati in studi classici perché andare all’università significa voler fare (ed essere preparati per) una professione liberale (magistrato, avvocato, architetto, ingegnere, medico e poche altre), inclusa quella di perpetuare l’insegnamento e i corsi universitari dànno per scontato che – nel caso specifico – il tedesco uno lo scriva e lo parli senza alcuna esitazione e qualche altra lingua, anche. E il latino che serve per fare giurisprudenza lo sappia a menadito, non che si debba tradurre Giustiniano per lo studente di giurisprudenza che viene dal nautico. E quando presentano le tesi il docente che le corregge possa e debba concentrarsi solo sui contenuti e non sulla grammatica e sulla sintassi (della propria lingua, poi).
Ma veniamo al titolo di questo post, finora rimasto misterioso. Intanto non è di mia creazione il teorema delle rondelle del dodici, ma di mio padre. Serve tuttavia a illustrare i perversi effetti di questa folle politica scolastica che apparentemente il governo del cazzaro (dei cazzari) pretende di perpetuare.
Quando a Portoferraio arrivò la prima slot machine essa andava a 50 lire che si depositavano in due pozzetti, uno più piccolo, per le vincite e uno, più grande, per il gestore. I ragazzi dell’epoca (tardi anni ’50) si resero conto che le rondelle del 12 (che costavano 5 lire l’una) avevano lo stesso peso e lo stesso formato delle 50 lire per cui potevano ingannare la macchina facilmente. I primi tempi, una pacchia! Si gioca la rondella e se si vince si vincono 50 lire. Ma quando la macchina venne saturata si giocavano rondelle e si vincevano rondelle.
Con la scuola e l’università è stata fatta la stessa identica politica (e si intende evidentemente perpetuarla): per ragioni per lo più abiette (è abietto secondo me equiparare essere insegnante ad avere un posto di lavoro e spiegherò in altro post per quale ragione la penso così) si è assunto a piene mani nella scuola e nell’università, senza fare la minima selezione e usando per lo più materiale di scarto (rondelle del dodici). Sia chiaro: di scarto per fare quel lavoro lì, ma magari ottimi ufficiali di macchina, o tornitori, o elettrotecnici. I primi tempi la scuola e l’università hanno retto, ma non grazie alle rondelle del dodici, ma alle 50 lire che ci aveva messo qualcun altro (Casati, Gentile). Una volta pensionate o morte le 50 lire, tali enti hanno cominciato a risputare rondelle del dodici, riducendosi a squallidi diplomifici e laureifici a quel punto destinati solo a rimpolpare statistiche (per giunte idiote come sopra dimostrato), ma non certo a creare la classe dirigente del Paese. Che difatti, come si vede anche leggendo ‘sta cazzo di riforma (e le altre sinora fatte, poche e inutili ad essere onesti), fa schifo e sempre più schifo facendo rimpiangere – per dire – ministri che all’epoca in cui erano in carica personalmente avrei voluto vedere sottoposti alle peggiori torture.
Non resta che rifarsi ai classici, per l’appunto: una salus victis, nullam sperare salutem.

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure





Ancora sulla scuola ·

27. giugno 2015, 08:48 by Sir Francis Drake

Nella congerie di commenti e discussioni e dibattiti che leggo su questa sciocca, inutile e vacua cosiddetta riforma della scuola ha attirato la mia attenzione la giustificazione addotta dal sedicente governo e dal sedicente presidente del consiglio e dai suoi sedicenti ministri e accoliti varii che insistono sulla necessità di dotare gli istituti scolastici di maggiore autonomia; tale autonomia consentirebbe a detti istituti di funzionare meglio.
Bene.
Non c’è niente di più falso e vado a spiegare il perché.
L’autonomia nel mondo dell’insegnamento è stata varata diversi anni fa nell’università, perpetuando il malcostume tutto italico in base al quale le case si cominciano dal tetto e non dalle fondamenta. Prima di questa autonomia, che non riguarda ovviamente la didattica e la ricerca ché quelle sono garantite dalla Costituzione e da diverse leggi della Repubblica di rango costituzionale, la faccenda funzionava così: le università venivano dotate di un budget che anche allora si chiamava FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) che era destinato alle SOLE attività di didattica e di ricerca, mentre per gli stipendi di docenti e personale tecnico amministrativo e per l’edilizia ci pensava direttamente lo Stato, versando quanto dovuto alla Banca d’Italia. Va da sé che anche il reclutamento del personale docente e non, i rinnovi dei contratti per il non docente (il docente universitario non è contrattualizzato e dipende direttamente dal Ministero) era a carico dello Stato che decideva di quante unità c’era bisogno in base ai programmi, ai corsi di laurea, al numero degli studenti e così via. Funzionava PERFETTAMENTE. Solo che … Solo che i signori universitari si sentivano ingiustamente privati di autonomia mediante la quale avrebbero potuto esprimere al meglio tutte le proprie capacità, creando piccole Oxford e, soprattutto, producendo laureati in numero congruo al resto d’Europa (secondo loro, ma su questo ci torneremo se non in questo post, in un altro che ho già in testa). E venne l’autonomia, cioè la possibilità di gestire autonomamente i denari provenienti dallo Stato, eventualmente accresciuti dalle fantasmagoriche attività di ricerca e didattica svolte da ogni singola università. Per naturale conseguenza si sviluppò anche concorrenza tra le università, soprattutto vicine, il che portò ad aprire sedi distaccate (pagate ovviamente col FFO) per cercare di rubarsi studenti e ad aprire corsi di laurea sempre più cervellotici (pagati sempre e comunque col FFO) nel tentativo di accaparrarsi il gradimento di più studenti e, ovviamente, tutto ciò portò ad assumere più docenti (risolvendo così il problema che c’era prima del blocco statale alle brame dei vari baroni di farsi più schiavi possibile) e personale tecnico amministrativo (cioè a dire tanti tanti voti in più per i ras politici locali).
In tutto questo la ricerca e la didattica sono forse migliorate? No Way! Sono rimaste della medesima qualità se non addirittura peggiorate a causa da una parte dello spalmare le risorse su una base infinitamente maggiore e dall’altra perché nella foga di reclutare non si è fatta alcuna valutazione approfondita, ma si tirato dentro gente purché fosse, Questo ultimo aspetto è divenuto letale quando i concorsi per i professori sono diventati, sempre in base alla autonomia, locali e hanno cessato di essere nazionali.
L’unico effetto che si è ottenuto è stato quello di distruggere finanziariamente quasi tutte le università perché tutte queste spese ad un certo punto sono diventate nella maggior parte dei casi senza controllo ed hanno portato addirittura alla commissione di reati veri e propri. Per esempio non pagando i contributi previdenziali e accantonando e poi spendendo i soldi dei contributi per nuove assunzioni o nuove strutture.
Dico tutto questo perché ho assistito personalmente all’annientamento dell’Università di Siena (la terza più antica italiana dopo Bologna e Pisa) che ad un certo punto era riuscita ad avere sedi distaccate ad Arezzo, Montevarchi, San Giovanni Valdarno, Grosseto e Follonica; era riuscita ad innalzare il numero dei docenti da 500 a 1200 e del personale tecnico amministrativo altrettanto. E tutto ciò in soli dieci-dodici anni.
Ora: tutto questo non è ignoto allo Stato. Probabilmente è ignoto a Renzi, Boschi, Faraone e a tutta quella pletora di poveretti e minus habentes che al momento hanno sostituito l’altra pletora di poveretti e minus habentes dell’altra fazione (ma siamo sicuri che siano di un’altra fazione?) che li ha preceduti. Ma i boiardi del Ministero, ai Direttori Generali e allo stesso ministro Giannini (professore universitario, anche se i suoi lavori sono noti presumibilmente nella chiostra del suo condominio e, forse, al giornalaio davanti casa sua) queste cose le sanno benissimo. Come può essere venuto loro in mente di riproporre la medesima situazione per le scuole di grado inferiore? Cos’è? Cupio dissolvi?
Quindi, per concludere, confermo quanto ho scritto precedentemente: cosa c’entra la scuola con la riforma della scuola? Qui siamo di fronte ad una manovra che con l’insegnamento non c’entra assolutamente niente, ma riguarda questioni sindacali e burocratico-amministrativo che non avranno alcun impatto sull’insegnamento, se non quello di peggiorarlo fino a livelli infimi (a quelli bassi ci siamo di già, basta correggere un qualsiasi scritto prodotto da uno studente universitario e ci se ne rende immediatamente conto).
Mi riprometto di tornare sull’argomento scuola e università, ma su altri aspetti. Per oggi basta così.

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure





Cosa c'entra la scuola con la riforma della scuola? ·

25. giugno 2015, 13:50 by Sir Francis Drake

Ho passato 40 anni della mia vita dentro ogni scuola di ordine e grado e se contiamo anche l’asilo (scuola d’infanzia) gli anni salgono a 44 (su 49). Ma c’è di più: sia mio padre che mia madre sono stati professori uno di liceo e uno di istituto. Qualcosina di scuola ne so. E per quanto leggo qui sul Corriere posso tranquillamente affermare che con la scuola il testo del ddl sulla scuola non c’entra assolutamente niente. Si tratta di un troiaio assolutamente burocratico ed amministrativo che alla didattica non dedica neanche una parola, tanto meno una disposizione e che effetti sulla didattica non ne avrà alcuno. Anche perché gran parte di queste belle proposizioni sono già in vigore, sia pure non disciplinate da alcuna legge. Infatti, per fare un esempio, la possibilità dei Presidi di chiamare ad libitum gli insegnanti è in voga da almeno sessanta anni e non si è mai sentito un sospiro su questo. Il precariato è endemico nella scuola tant’è che già i miei genitori quando non erano ancora entrati di ruolo dopo aver vinto UN CONCORSO (previsto per legge sin dalla riforma Casati e ribadito dalla riforma Gentile per quanto riguarda la scuola, ma dettame valido per qualsiasi ruolo dello Stato, sempre per legge) venivano regolarmente licenziati (dallo Stato) a giugno e riassunti il primo di settembre, cosa che – fra l’altro – ha inciso anche, sia pure in piccola misura, sui loro trattamenti pensionistici essendoci dei buchi di tre mesi nei primi due o tre anni di insegnamento.
Mi fermo qui, per il momento, perché voglio vedere il testo definitivo che uscirà. Aggiungo solo una notazione che posso anticipare perché quale che sia la forma definitiva del testo, sicuramente non inciderà su questa mia riflessione. Quando si parla della scuola, ma in generale dei ruoli dello Stato, grandina sia nei discorsi che nei testi la parola “meritocrazia” che, diciamola come sta, non solo fa schifo, ma non descrive certo un concetto da introdurre. Il concetto da introdurre, anzi da recuperare perché era molto ben applicato fin quando non sono cominciate queste riforme folli (la prima varata da quel bel democristiano di Misasi) che hanno distrutto la scuola e l’università oltre ogni possibilità di rimedio, è quello di “selezione”. Se non si recupera il principio di SELEZIONE siamo condannati ad un (neanche tanto) lento declino, anzi al termine di questa angosciante agonia che ha portato un Paese come il nostro dall’eccellenza della scuola al degrado culturale che, fra l’altro, ci ha dato questa bella classe dirigente che da almeno quaranta anni imperversa senza requie e da cui non si intravede la possibilità di liberarsi.
Mi rendo conto che da questo post trasuda un pessimismo che sfocia nel nichilismo, ma onestamente dubito che per come si stanno mettendo le cose sia andato tanto lontano dalla preveggenza esatta del futuro.

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure





Ah re! Non dovevi diventare vecchio prima di diventare saggio (Shakespeare, Re Lear) ·

18. giugno 2015, 18:35 by Sir Francis Drake

Per non incorrere in quel pericolo (di diventare vecchio prima di diventare saggio) ho deciso di darmi una ridimensionata, soprattutto nel linguaggio. Ma non solo per evitare di trovarmi in questa spiacevole situazione ho preso questa decisione, ma anche per non dovermi ritrovare in situazioni che stanno ora cominciando a risolversi e che tuttavia mi hanno causato notevoli inconvenienti. Ve lo racconto. Nella mia precedente attività lavorativa, che come tutti i miei manzoniani quattro lettori sanno, si svolgeva presso l’Università di Siena, mi ero dato molto da fare per attutire i contraccolpi che una scellerata gestione dell’Università medesima e della città in generale avevano causato non solo a me, ma ai miei colleghi e concittadini. Preso dagli ideali e seguendo la mia natura di vecchio (a questo punto vecchio davvero) radicale impenitente ho svolto ruoli di dirigente sindacale in un sindacato autonomo e, dall’altro lato, mi sono impegnato in politica locale arrivando a candidarmi per il Comune di Siena in liste civiche. Durante queste attività ho scritto anche diversi articoli, tutti rigorosamente firmati, in cui criticavo in modo pesante l’operato degli amministratori di tutti quegli enti che si stavano disfacendo sotto gli occhi di tutti. Ovvai che qualcuno, più di qualcuno, ha pensato che fossi anche responsabile di un blog anonimo, ravvedendo evidentemente negli scritti del detto blog assonanze con le idee che esprimevo alla luce del sole. Pensate voi che questo qualcuno sia venuto ad affrontarmi faccia a faccia? No davvero! Questo qualcuno ha pensato bene di rivolgersi alla magistratura, ravvisando nei miei presunti scritti il carattere della diffamazione. E pensate forse che la magistratura abbia preso alla leggera queste querele, peraltro contro anonimi? No davvero! Ha iniziato invece una serie di indagini che hanno anche visto gli agenti di PG venire a scampanellarmi la mattina alle sette per sequestrami i computer e i telefoni (perché poi dio solo lo sa, considerato che nella diffamazione a mezzo blog o si collega l’IP alla persona oppure in mano non si ha neanche uno straccio di indizio, non dico di prova). E poi hanno insistito, nonostante ben due decreti di dissequestro del Tribunale del Riesame. E poi hanno ancora insistito trasferendo gli atti alla Procura di Genova oltre che portare avanti la faccenda anche a Siena. Insomma, ve la faccio breve: siamo quasi in fondo con una soluzione che non potrà che essere positiva, ma intanto qualche riflessione, dopo due anni e mezzo di questa tarantella, me l’hanno suscitata.
E una delle conclusioni cui sono arrivato è che ho chiuso con le battaglie perse in partenza. D’ora in avanti farò solo ed esclusivamente battaglie nelle quali le possibilità di vincere sono superiori al 50%. Perciò questo blog, che intendo tenere e aggiornare ogni tanto, continuerà a contenere l’espressione delle mie critiche, ma stando bene attento a non suscitare eventuali reazioni come quelle sopra descritte. A dire la verità QUESTO blog non l’ha mai suscitate, ma non si sa mai …

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure





Si ricomincia ·

30. maggio 2015, 09:42 by Sir Francis Drake

Mi sono stabilizzato. Ho passato diverse vicissitudini legate alla mia precedente vita in continente che mi hanno fatto da una parte interrompere questo blog, dall’altra mi hanno imposto alcune riflessioni sul mio modo, spesso violento e ipercritico di vedere le cose. Ho preso quindi la decisione di riprendere la mia comunicazione con toni meno esasperati e approfondendo anche altri settori dei miei interessi che prima avevo tralasciato o affrontato con minore attenzione. Lentamente quindi questo blog riparte, il che – suppongo – interesserà pochissime persone e proprio per questo, ritengo, vale la pena di ricominciare.

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure [2]