Come si può infarcire un discorso di dieci righe di tali e tante sciocchezze? ·

6. febbraio 2017, 11:50 by Sir Francis Drake

Come ben sanno i lettori di questo blog e gli amici di facebook sono un cultore dell’istruzione, essendo convinto che sia il pilastro su cui si basa qualsiasi società voglia definirsi anche solo lontamente “civile”, e non manco mai di far osservare come si sia proceduto, ormai da decenni, ad una neanche troppo lenta ed inesorabile distruzione della scuola tramite una infinita serie di riforme, tutte demenziali e animate da qualsiasi desiderio e interesse, precipuamente elettorale e sindacale, salvo quello degli studenti e, per naturale conseguenza, del Paese. Per far ciò a capo del preposto ministero si sono susseguiti ministri che hanno dimostrato tutta la propria inadeguatezza, quando è andata bene, e tutto il proprio odio nei confronti della cultura e dell’educazione, quando è andata male. Inoltre si è sempre agito al contrario, partendo cioè a riformare dal tetto (l’università) per poi scendere (licei e istituti) e mai dalle fondamenta (le scuole elementari).
Ora succede che, come peraltro da me personalmente osservato in lunghi di anni di lavoro presso l’Università, 600 professori universitari si rendono conto che i loro studenti non conoscono l’italiano e il preposto ministro che dice? Lo riporto e commento.

“Incontrerò a breve i promotori della raccolta delle seicento firme, ascolterò da loro quali sono i punti di crisi.

Ciccia, hanno scritto una lettera al giornale, non c’è bisogno di incontrare né di ascoltare chicchessia. C’è da mettersi a lavorare e basta. Ma naturalmente la nostra specialista di pubblica istruzione prende tempo:

Mi do quindici giorni di tempo, poi partirà il primo avviso pubblico per le competenze di base

Sì, certo, fai pure con comodo, tanto qui va tutto a ramengo, non per colpa tua per carità, ma quando ti scrivono in 600 professori universitari io i quindici giorni li metterei a frutto un po’ meglio.

Prosegue il ministro, per il quale il primo punto di crisi è “la scuola media, un problema conosciuto. Le elementari, in italia, funzionano. E’ alle medie che dobbiamo far crescere la lettura, la scrittura, la capacità di sintesi.

Buahahahahah!!! Le elementari funzionano! Le elementari sono state distrutte dal decreto che impose che la sperimentazione volontaria dei tre maestr@ ha sbriciolato quel dualismo che da Casati in poi aveva portato le nostre scuole elementari al vertice mondiale: maestr@-famiglia. Quanto alle medie andrebbero o abolite tout court oppure andrebbe reinserito quel sistema in base al quale se dopo il triennio vai al liceo, allora fai le medie, altrimenti vai alla scuola di avviamento che ti conduce quindi ad un istituto superiore di istruzione che non sia il liceo il quale, conseguentemente, dovrebbe tornare ad essere l’unica porta mediante la quale si accede all’università.

I nostri docenti delle superiori e gli esperti dell’invalsi ci aiuteranno a capire. Abbiamo due deleghe aperte in parlamento, sistema di valutazione e reclutamento. Se saremo rapidi si possono fare miglioramenti per metà marzo

Come no? E finora dove erano? Perché non si sono accorti che dalle inferiori arrivavano dei ciuchi analfabeti che loro hanno accolto e senza fare neanche il minimo sindacale di selezione (parola peraltro sconosciuta ormai a tutte le scuole di ogni ordine e grado) li hanno tutti scaricati all’università dove, peraltro, ci hanno messo un po’ di tempo a rendersi conto di avere a che fare con incolpevoli somari che non sono in grado neanche di scrivere correttamente? E poi finiamola con questa stupidaggine dei telefonini e dei tablet perché se tutte le scuole avessero messo bene in chiaro – come era loro dovere fare – che quella roba lì dentro non ci doveva neanche entrare non si sarebbe posto il problema e comunque i bambini in età elementare non hanno a che fare con questi oggetti e siccome a scrivere e a leggere si impara alle elementari il motivo del fallimento è evidentemente da ricercarsi altrove.

Inoltre, annuncia Fedeli, “con il ministero dei beni culturali organizzeremo una promozione della lettura dei libri extrascolastici, con la federazione della stampa porteremo i giornali nelle classi. La scuola, va detto, non può fare tutto, anche l’università deve farsi carico del problema della lingua scorretta”.

E finiamo in gloria: i libri extra scolastici (che non si capisce quali siano, ma forse si riferisce a tutti quelli che non sono sussidiari e manuali) sono stati, dalla notte dei tempi fino a una trentina di anni fa, il pane quotidiano di tutte le scuole elementari, medie e superiori. Non è certo colpa dei ragazzi se non vengono letti e se non imparano una sola poesia a memoria in cinque anni di elementari. La colpa, ancora una volta, è del Ministero e degli insegnanti che sono nel corso degli ultimi anni sono divenuti l’ultima frontiera del sindacalismo (provenienza anche della Fedeli, ma lei era al sindacato tessili, quindi adattissima a fare il ministro della pubblica istruzione) e che se ne sono fregati del proprio mestiere, fatte le debite eccezioni, dedicandosi alle graduatorie, agli scatti di anzianità e alle lamentele (va detto: pienamente giustificate queste ultime) sulla povertà degli stipendi. Infine scambiando il lavoro di docente e maestro con un qualsiasi altro mestiere il che – ovviamente – è una cazzata sesquipedale e pericolosissima e dannosa.

La pietra tombale sui discorsi a gazzosa della Fedeli ce l’ha messa, come capita spesso, Massimo Cacciari:

“Chiariamo: la colpa non è degli studenti, né degli insegnanti, ma di chi ha smantellato la scuola disorganizzandola. […] L’impianto dei vecchi licei è stato smontato senza riflettere su quali competenze siano comunque basilari per qualsiasi corso di studi. Prima c’era il nucleo forte di materie come italiano, latino, storia e filosofia al classico, lo scientifico cambiava di poco con l’aggiunta di matematica. Adesso si taglia il latino, si taglia la filosofia, pilastri per un apprendimento logico. […] Sembra che l’unica cosa indispensabile sia professionalizzare, ma non si vuole capire che alla base di ogni apprendimento ci sono le competenze linguistiche”

E se proprio non puoi farne a meno, allora commenta pure [9]





Un'analogia ·

3. novembre 2016, 18:50 by Sir Francis Drake

Nel piccolo paesino di Marciana Marina, il più piccolo comune della Toscana con un’estensione di 5 kilometri quadrati e la sua popolazione di 1961 abitanti (come si può leggere agevolmente qui), si sta svolgendo da qualche tempo un dramma amministrativo e politico. Ora si premette che qui non si vogliono in alcun modo prendere posizioni sulla vicenda che vede coinvolti, fra l’altro, diversi amici dello scrivente da entrambe le parti della barricata ragion per cui, a maggior ragione, ribadisco, non voglio prendere parti. Questo post serve ad un altro scopo che vado a spiegare. Succede che il sindaco e, va da sé, la giunta abbiano deciso che per incrementare le possibilità turistiche del paese sia necessario ampliare il porto sia aggiungendo un “pennello” in cima alla foranea per aggiungere circa 80 posti barca sia, e questo in particolar modo suscita scontento, ampliare l’estensione del lungomare aggiungendo circa 3000 metri cubi di cemento. Insisto a ribadire che non sto giudicando niente e non prendo parti. Ora questo progetto in, pare, forte stato di avanzamento e definizione trova la contrarietà dell’opposizione e di una parte dei cittadini che hanno dato vita anche a comitati per contrastarlo. Sono anni che la minoranza, appoggiata da alcuni cittadini, se la prende con sindaco e maggioranza con i quali si scambia feroci accuse che sfiorano e spesso superano i limiti del buon gusto e della correttezza (da entrambe le parti, sia chiaro, ora basta non lo dico più, eh). Ora perché vi racconto tutto questo? Perché data la legge sugli enti locali, il cosiddetto TUEL, la minoranza non ha modo di contrastare il sindaco, che è eletto direttamente dalla popolazione e che gode, ovviamente dell’appoggio della giunta che ha nominato lui e della maggioranza schiacciante di 4 a 2 in consiglio comunale.
Avete seguito sin qui? Bene. Bravi. Ora immaginiamo che passi questa scellerata riforma costituzionale e che, contestualmente, la legge elettorale, il cosiddetto Italicum non venga demolito dalla Corte Costituzionale. Ci ritroveremo, vi ritroverete con un Presidente del Consiglio (il Sindaco) che nomina (su incarico del Presidente della Repubblica, certo) i Ministri (la Giunta) e che qualsiasi cazzata pensi e attui non potrà mai essere contrastata da chicchessia perché in Parlamento, formato da una sola camera elettiva e alla quale sono demandate quasi tutte le competenze legislative (il Consiglio comunale) e nella quale il suddetto Presidente del Consiglio gode di una schiacciante maggioranza che gli deriva dall’inaudito premio di maggioranza. Solo che questa volta non si parla di scaramucce (sia pure violente e rilevanti in proporzione) nel più piccolo comune della Toscana; si parla della gestione dello Stato italiano in tutti i suoi gangli. Se, poniamo, il Consiglio dei Ministri decide di varare un piano energetico nazionale che prevede l’incremento delle trivellazioni in mare e in terra onde estrarne quanti più fossili inquinanti possibile e contestualmente di affiancargli una miriade di centrali nucleari sotto il balcone di casa vostra non c’è cristo che scenda in terra che possa impedirglielo. E va già bene se il PdC è quello attuale che, pur incapace, analfabeta e spaventosamente arrogante è pur sempre un moderato. E se il PdC è Salvini? O Peppecrillo? O l’altro analfabeta Di Maio o quell’altro ancora Di Battista? O Giorgia Meloni? Siamo, siete sicuri che volete questo? E non disturbatevi troppo a contestare la similitudine, perché la similitudine c’è eccome. Boh, come diceva un mitico personaggio piombinese: disse Gesù fate vobis, si girò e dormì saporitamente.

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Ci sono ricascato ... ·

5. febbraio 2016, 17:33 by Sir Francis Drake

… ma grazie a un caro amico, ché tale lo considero pur avendolo visto di persona solo una volta, ho rimediato. Martedì sera come mio solito mi dilettavo a seguire una trasmissione politica la cui prima ospite è stata Laura Boldrini, la Presidente della Camera. Ascoltandola sono stato preso da una furia folle ed ho postato su Facebook un commento violentissimo e, francamente, talmente al di sopra delle righe da risultare offensivo e passibile di denuncia. Mi sono beccato anche un paio di insulti da un altro amico e poi in privato sono stato reso edotto del fatto che il mio commento era di un tono inaccettabile e mi è stato consigliato di togliere il post, cosa che ho fatto immediatamente.
Perché mi fa infuriare così tanto la Boldrini? Me lo sono chiesto dopo l’episodio di cui ho appena detto e ho cercato di darmi delle risposte. E forse ci sono arrivato. Non la sopporto perché riassume in sé tutte le caratteristiche che detesto nei politici. Una lista lunghissima che qui non si vuole che riassumere: parla un italiano traballante e incerto scevro dai congiuntivi e dai condizionali che necessiterebbero; la mancanza di questi ultimi la attribuisco al fatto che vive di certezze che poggiano sul niente, supportate esclusivamente da un’incomprensibile e maniacale ideologia pauperistica e operaista senza aver mai rivestito in vita suo il ruolo di povera, tantomeno di operaia. La sua precedente carriera, se così la si vuol chiamare, è di estrazione esclusivamente cetuale e si è snodata su una strada spianata durante la quale non ha dovuto sporcarsi le mani neanche una volta come si può ben leggere qui. Nonostante ciò si vede come l’erede di Pertini col quale, ovviamente ed evidentemente, non ha alcun punto di contatto nemmeno alla lontana. Anche perché non è stata prigioniera nella Torre del Passannante, lei, non è stata incarcerata a Pianosa, lei, non ha scritto al Ministro dell’Interno fascista rinnegando la lettera della madre che chiedeva la grazia, lei, non è stata condannata a morte, lei, e non è andata esule in Francia a fare il muratore, lei. Ha fatto la sua scuola e la sua università – con tutta calma fra l’altro – e laureandosi con una tesi su scemenze fatue, lei; ha fatto il portavoce dell’Onu in Bosnia quando davanti ai placidi sguardi dei Caschi Blu Mladic e Razanatovic su ordine di Milosevic macellavano l’intera popolazione di Srebrenica, lei.
Non ride mai coinvolgendo anche gli occhi, il che significa chiaramente che anche se le sue labbra sono atteggiate al sorriso, il suo animo non lo è. E parlando di occhi: diventano spiritati e tutta la faccia si contorce quando dà il via a assurde tirate che la fanno rientrare nella condizione descritta da Carlo Emilio Gadda di chi ha nella testa ben tre idee di cui due fisse ed una mirabilmente articolata.
E’ stata paracadutata alla presidenza della Camera per uno sporco gioco politico di Bersani che avendo dilapidato le elezioni del 2013, nel tentativo di formare un governo per esserne il presidente del consiglio, intenzione poi andata a ramengo, ha evitato di far eleggere un rappresentante del proprio partito sostituendolo con lei che rappresenta, rappresenta …. niente. Rappresenta un partitino che alle prossime elezioni sparirà dalla faccia della terra avendo i suoi membri già cominciato e quasi finito di transumare nel PD a caccia di poltrone e di potere.
Da presidente della Camera (la terza carica dello Stato) di tutto blatera (Europa, immigrati, rifugiati, accoglienza, solidarietà sempre e comunque a favore dei predetti e mai dei cittadini del proprio Paese che, economicamente, è allo sbando) salvo che di questioni istituzionali proprie della sua carica (basta guardare il suo sito e verificare)
Il governo, dopo aver macellato garanzie per i lavoratori e la scuola nella sua totalità (non che ci fosse rimasto molto da distruggere dopo venti anni di Berlusconi e PRODI, non ce lo dimentichiamo per favore), sta – con l’aiuto di berlusconidi di vario genere – macellando la Costituzione non si capisce neanche tanto bene a che scopo e lei non dice una parola e non usa neanche un minimo della posizione che ricopre per impedire questo scempio. Non credo che sia d’accordo con Renzi e i suoi accoliti, ma certo non fa nulla per dimostrare il contrario.
Per farla ancora più sporca, il conduttore nella medesima trasmissione ha invitato Massimo Cacciari e qui si è verificata la tragedia perché, con ancora negli occhi e nelle orecchie gli isterismi della Boldrini, l’ascoltatore si è ritrovato nella condizione di quello che si masturbava mettendo l’organo riproduttivo sull’incudine e lo prendeva a martellate e alla domanda: “Sì, ma quando godi?” rispondeva: “Quando sbaglio”. Quello di idee non ne ha tre, ma trecento e tutte mirabilmente articolate. E’ al corrente di tutti i percorsi istituzionali e civili che hanno portato all’attuale situazione, è in grado di analizzare i motivi dei vari fallimenti cui il Paese è andato incontro, è in grado di formulare una condotta ad ampio, amplissimo respiro e di spiegarla in un italiano splendido e comprensibile a tutti, con tutti i congiuntivi e i condizionali richiesti e prevedendo eventuali fallacie nella propria costruzione. E difatti è messo ai margini di tutto perché sarebbe di ostacolo a tutti questi bulimici di potere e sopraffazione di cui Renzi & co. sono alfieri e protagonisti a tutto campo e cui non è estranea neanche la Boldrini che se ne guarda bene dal mettere in discussione anche in modo molto velato e diplomatico la propria posizione.

Update: Sulla medesima rete sabato sera era ospite Claudio Magris e qui veramente mi sono cascati i coglioni in terra perché mi chiedo come mai non c’è la fila a chiedergli in ginocchio di prendersi responsabilità di governo (cui non è estraneo avendo fatto il senatore per una legislatura). Ovviamente lo so benissimo perché non c’è la fila da lui, né da Cacciari, né da – per fare un altro esempio non intellettuale – da Riccardo Illy: perché c’è da fare posto alle Boldrini.

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Io ce le ho le parole, invece ·

16. gennaio 2016, 17:46 by Sir Francis Drake

Di recente un mio caro amico, Patto, ha commentato un articolo di Ernesto Galli della Loggia con la seguente proposizione: “Senza parole”. Io invece ce le ho le parole e le vado a dire.
Premettiamo però che il Prof. Ernesto Galli della Loggia è un, per l’appunto, professore di Storia Contemporanea (M-STO/04) vale a dire la materia in cui sono stati fatti i disastri più agghiaccianti in termini di reclutamento e baronaggio susseguente. Tanto per fare un esempio quando quel signor ministro decise che i concorsi venivano banditi localmente e che i membri delle commissioni dovevano essere cinque e non potevano far parte di più di una commissione il succitato settore dovette declassare diversi concorsi da prima fascia a seconda perché non avevano abbastanza ordinari per fare le commissioni. E nonostante questo riuscirono a raddoppiare i ruoli tanto di prima che di seconda fascia.
Ma cosa ci dice il nostro editorialista nonché professore ordinario di storia contemporanea?

Per la prima volta nei 150 anni della sua storia l’Italia vede diminuire il numero degli studenti immatricolati all’università (meno il 20 per cento nell’ultimo quinquennio). Ciò avviene in concomitanza con una forte contrazione quantitativa che colpisce tutta la nostra istituzione universitaria. Più o meno nello stesso periodo, infatti, i docenti sono diminuiti del 17 per cento, e all’incirca della stessa percentuale il personale amministrativo, mentre l’ammontare dei finanziamenti ordinari che lo Stato versa agli atenei segna una diminuzione di ben il 22,5 per cento in termini reali. La spesa statale per borse di studio è ferma da dieci anni a 160 milioni annui (quindi cala in termini reali). In sostanza, rispetto al totale della spesa pubblica il comparto universitario è quello che ha fatto segnare negli ultimi anni la maggiore riduzione del personale e della spesa stessa. Il brillante risultato di questa politica di vero e proprio disinvestimento in un settore come quello dell’istruzione superiore e della ricerca – che peraltro in ogni occasione tutti si affannano a definire cruciale, importantissimo, decisivo – è che oggi l’Italia è all’ultimo posto in Europa per numero di giovani provvisti di laurea. Il ministro Giannini conosce certamente queste cifre.

Dunque, ci faccia capire: ma se diminuiscono i professori e il personale tecnico amministrativo (a entrambe le categorie fra l’altro è stato bloccato lo stipendio, alla prima nel 2010 e alla seconda nel 2008) e in mancanza di turnover per quale ragione mai si dovrebbe aumentare i trasferimenti al Fondo di Finanziamento Ordinario? Fra l’altro, pur essendo diminuiti questi finanziamenti, se non si fosse proceduto ad un’imbarcata di gente dietro l’altra, inventandosi addirittura delle materie inesistenti e inconsistenti pur di produrre nuove cadreghe sia per i docenti che per i non docenti, in base a questa diminuizione naturale ora ci dovrebbero essere soldi in abbondanza sia per aumentare gli stipendi, sia per effettuare il turnover di cui effettivamente a questo punto ci sarebbe bisogno.
E non si tiri in ballo il ministro Giannini perché ormai è provato che i danni più grossi all’università sono stati prodotti proprio da ministri che provenivano dalle fila universitarie. Bastano i nomi di Berlinguer, Ruberti, Profumo e Giannini per far correre brividi freddi lungo la schiena di chi dentro la scuola c’è da una vita. Mi direte: ma allora la Gelmini? Lei mica era un professore! No, in effetti no, ma certo la riforma che porta il suo nome non è farina del suo sacco.

Il calo delle immatricolazioni nel Sud e nelle Isole è, per esempio, più che doppio rispetto al Nord del Paese (e riguarda, fatto significativo, specialmente i giovani provenienti dalle famiglie meno abbienti). Cresce poi il numero degli studenti meridionali che si iscrivono nelle università centro-settentrionali (il fenomeno inverso è quasi inesistente, com’è inesistente la mobilità all’interno dell’area meridionale). Al Sud, una percentuale di studenti oscillante tra il 17 e il 25 per cento a seconda delle sedi abbandona gli studi, contro una percentuale nel Centro-Nord del 12-15 per cento. Infine, il numero dei posti nei corsi di dottorato, la possibilità di assunzione di nuovi docenti, le loro possibilità di carriera, tutti questi fattori vedono gli atenei del Mezzogiorno più o meno gravemente indietro rispetto a quelli del resto del Paese. Ora, se è del tutto fisiologico che in un Paese esistano sedi universitarie più dotate e altre meno, è viceversa sicuramente patologica una situazione come quella italiana dove in tutto il Sud non si registra neppure un centro universitario di eccellenza (un buon dipartimento qua e là non serve a cambiare il quadro), mentre questi, invece, sono tutti concentrati al Nord con qualche oasi fortunata al Centro. Il nostro sistema universitario soffre insomma di una doppia criticità. Da un lato esso vede da anni le proprie risorse diminuire (mentre in Francia, Germania e Spagna avviene il contrario); dall’altro esso si presenta sempre più come un sistema differenziato, con un Sud che arretra progressivamente. Ancora una volta due Italie, dunque, e ancora una volta sempre più lontane: un giovane nato a sud del Tevere (in questo caso bisognerebbe forse dire a sud dell’Arno) è destinato, novanta probabilità su cento, a studiare in un’università di serie B. ] l calo delle immatricolazioni nel Sud e nelle Isole è, per esempio, più che doppio rispetto al Nord del Paese (e riguarda, fatto significativo, specialmente i giovani provenienti dalle famiglie meno abbienti). Cresce poi il numero degli studenti meridionali che si iscrivono nelle università centro-settentrionali (il fenomeno inverso è quasi inesistente, com’è inesistente la mobilità all’interno dell’area meridionale). Al Sud, una percentuale di studenti oscillante tra il 17 e il 25 per cento a seconda delle sedi abbandona gli studi, contro una percentuale nel Centro-Nord del 12-15 per cento. Infine, il numero dei posti nei corsi di dottorato, la possibilità di assunzione di nuovi docenti, le loro possibilità di carriera, tutti questi fattori vedono gli atenei del Mezzogiorno più o meno gravemente indietro rispetto a quelli del resto del Paese. Ora, se è del tutto fisiologico che in un Paese esistano sedi universitarie più dotate e altre meno, è viceversa sicuramente patologica una situazione come quella italiana dove in tutto il Sud non si registra neppure un centro universitario di eccellenza (un buon dipartimento qua e là non serve a cambiare il quadro), mentre questi, invece, sono tutti concentrati al Nord con qualche oasi fortunata al Centro.
Il nostro sistema universitario soffre insomma di una doppia criticità. Da un lato esso vede da anni le proprie risorse diminuire (mentre in Francia, Germania e Spagna avviene il contrario); dall’altro esso si presenta sempre più come un sistema differenziato, con un Sud che arretra progressivamente. Ancora una volta due Italie, dunque, e ancora una volta sempre più lontane: un giovane nato a sud del Tevere (in questo caso bisognerebbe forse dire a sud dell’Arno) è destinato, novanta probabilità su cento, a studiare in un’università di serie B.

Questo fenomeno sopra descritto c’è da una vita e comunque non sarebbe diventato critico se non si fossero perseguite politiche folli che però, stranamente, all’epoca in cui sono state messe in atto non hanno ricevuto dal Prof. Galli della Loggia neanche la più velata critica. Anzi, andando a vedere probabilmente ci ha sguazzato dentro come un’anatra nello stagno. E che si debba seguire il suo suggerimento che la ragione di tutto ciò debba essere cercata ne divario storico di partenza tra le due parti del Paese direi che è proprio una sciocchezza, considerata la valanga di quattrini che è stata riversata nelle Università del Sud col solo risultato di creare stipendifici senza alcun impatto sulla qualità della didattica e della ricerca.
Conclude il nostro amico dicendo

Ma paradossalmente ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente. Senza che nessuno abbia discusso la questione cruciale. Vale a dire: che cosa si deve fare del sistema universitario italiano? Come deve essere? Puntare su poche sedi già oggi in buona posizione per cercare di farne dei veri centri di eccellenza di livello europeo può essere giusto, ma che fare allora delle altre e quali caratteristiche queste debbono avere? Ed è giusto che le sedi di eccellenza siano tutte o quasi concentrate in un triangolo della Pianura padana? Infine: si può immaginare un qualunque futuro per il sistema universitario riducendogli progressivamente i fondi come si fa ormai da troppo tempo?
Da ultimo una postilla: questo non vuole essere uno di quei piagnistei da «gufo» che tanto dispiacciono al nostro presidente del Consiglio. Al contrario: è un invito proprio a Matteo Renzi perché rivolga la sua attenzione a una questione cruciale per il Paese e intervenga come, se vuole, sa fare. Se gli servono idee, ammesso che egli pensi di averne bisogno, stia sicuro che in circolazione ce ne sono di ottime.

E quando i ministri erano professori universitari, cioè suoi colleghi, cosa che peraltro succede ancora oggi, perché la classe docente non ha fatto a questi colleghi le sacrosante critiche? E perché questi ministri professori vengono tutti da cariche universitarie (perlopiù rettori) che come è noto vengono elette da tutto il corpo docente? E perché quando facevano solo i professori sono stati eletti a queste cariche? Evidentemente queste stesse persone erano degne della massima fiducia, rettori addirittura!, e godevano della fiducia anche di Ernesto Galli della Loggia visto che gli consentivano di sbaroneggiare a destra e a manca. Oggi che stringono i cordoni della borsa, oggi sono diventati degli incompetenti che devono essere guidati da chi, un tempo, aveva messo il proprio destino nelle loro mani.
Strano vero?

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Ho preso una decisione ·

11. ottobre 2015, 17:40 by Sir Francis Drake

Per molti anni, prima di tornare finalmente sull’amato scoglio, ho fatto tutt’altro tipo di lavori. Dico lavori perché in effetti non è che ne facessi uno solo, ma almeno un paio curando hobbies che propriamente passatempi non si potevano chiamare. Comunque appena laureato mi sono dedicato, oltre che a fare il servizio civile presso il Comune di Montelupo Fiorentino, alla ricerca e precipuamente alla storia del diritto, intesa in senso molto lato e ricomprendendoci anche archivistica e, soprattutto, bibliografia antica. Riservandomi dunque di aprire ulteriori sezioni del blog onde propinarvi anche i risultati dei miei cosiddetti passatempi (musica e informatica), ho deciso di partire col propinarvi le mie (piuttosto numerose) pubblicazioni accademiche. Parto con quelle di bibliografia antica, ma per far ciò vi invito ad andare nella apposita sezione

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La democrazia, ah! La democrazia! ·

12. settembre 2015, 16:23 by Sir Francis Drake

Riprendo uno spunto del post precedente perché le seguenti riflessioni che mi sovvengono da un po’ sono state resuscitate a nuova vita dall’ignobile massa di sciocchezze emerse in seguito alle note vicende dell’immigrazione (o forse sarebbe più corretto chiamarla “migrazione” o, anche meglio, “esodo”).
Termine inflazionatissimo in qualsiasi manifestazione del pensiero e su qualsiasi argomento, la democrazia viene tirata in ballo perlopiù a sproposito, come mi accingo a dimostrare con qualche esempio.
Preventivamente va considerato tuttavia che anche quando è utilizzata a proposito bisogna ricordarsi che la democrazia è un archetipo e non un reale obbiettivo da poter raggiungere al cento per cento. Tant’è vero che anche quando ha raggiunto il suo punto più alto, cioè nell’Atene del V-IV secolo a.c., e si trattava di un termine assolutamente usato a proposito, cioè “governo del popolo”, il popolo votante, quello che governava cioè, era costituito da circa 40.000 dei 100.000 cittadini che abitavano Atene all’epoca. Infatti non votavano i bambini, gli Iloti, i Meteci e le donne. Già: le donne non votavano (e non potevano assistere né ai giochi olimpici né al teatro essendo considerato questo ultimo il massimo dell’espressione politica, da “polis” = città).
Un esempio che mi viene in mente di utilizzo a sproposito: la repressione di alcuni tafferugli in Palestina da parte degli Israeliani si è meritato da parte di un amico la frase di scherno “Ecco i democratici Israeliani”, sottintendendo che reprimere i Palestinesi non sia democratico. E invece è assolutamente democratico perché gli Israeliani votano regolarmente i propri governanti (anche le donne, sì e non le infibulano neanche né fanno tenere loro il velo o peggio ancora il burqa e non le sposano a tre o quattro alla volta e hanno anche il divorzio, strano eh?) e di qualsiasi colore li votino, destra o sinistra, comunque col proprio voto danno mandato a questi governanti di tenergli lontano dai coglioni i Palestinesi e di reprimere eventuali comportamenti violenti di questi ultimi. Perciò i governanti israeliani, con l’esercito, si attengono alla volontà del popolo israeliano e danno le mazzate ai Palestinesi che disturbano. Poi si può delibare che lo Stato israeliano sia legittimato o meno a tenere questa condotta, ma di certo per quanto attiene alla democrazia possono fare lezione ad un sacco di popolazioni, tutte quelle che li circondano di sicuro, ma per come si mettono le cose in Europa, anche a diverse europee.
Un altro esempio: chi mette in dubbio che la Svizzera sia democratica? Nessuno, certo. Addirittura le leggi cantonali, non quelle federali, vengono messe tutte a referendum. Più democratico di così … Però è altrettanto vero che per buona parte del secolo scorso in tutti i cantoni le donne non avevano il diritto di voto e in uno, addirittura, il diritto di voto alle donne è passato poco tempo fa con una risicata maggioranza per l’appunto al referendum. E non era la prima volta che veniva proposto. Solo che tutte le volte precedenti democraticamente i maschi del cantone avevano deciso che le donne non dovevano votare.
Inutile andare avanti con gli esempi. D’altro canto bisogna anche considerare se la democrazia sia effettivamente la panacea di tutti i mali o meglio se tutti i mali vengano da una presunta o effettiva mancanza di democrazia. Dubito che la Toscana sia meglio amministrata da Enrico Rossi democraticamente eletto piuttosto che da Francesco Stefano o Pietro Leopoldo che invece erano stati paracadutati lì per l’estinzione della dinastia Medici nel 1737 in base al diritto feudale. E dubito che Atene fosse meglio di Sparta e questo mio dubbio trova conferma nelle parole di Tucidide che potete leggere nel Dialogo dei Melii e degli Ateniesi.
E d’altro canto anche campioni di democrazia come gli Anglosassoni si sono alle volte lasciati andare a osservazioni tipo questa di Churchill:

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora

che sottintende un’ironia che sfiora lo scetticismo.
Insomma io sono fermamente convinto che si debba cercare di raggiungere quanta più possibile vicinanza all’archetipo stabilito dai Greci (rectius_ dagli Ateniesi) 2500 ani fa, ma sono altresì convinto che prima di utilizzare certi termini si debba stare molto attenti acché si attaglino al caso di cui stiamo trattando. E che la si debba anche smettere con le frasi fatte, in generale, ed in particolare quando si tratta di argomenti così delicati. Mi viene in mente un passo di Heinlein in Fanteria dello Spazio dove il colonnello Dubois, insegnante di filosofia, ad una studentessa che aveva utilizzato la frase fatta: “La violenza non risolve nulla” sprezzantemente diceva: “Benissimo. Vada ad esporre codesta bella teoria ai Cartaginesi”.

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Le cose devono essere chiamate col proprio nome ·

6. settembre 2015, 13:19 by Sir Francis Drake

L’intensificarsi dell’esodo che dall’Africa e dal Medio Oriente investe le nostre e non solo le nostre coste, i nostri e non solo i nostri confini ha dato la stura alla più imponente e devastante manifestazione di crassa ignoranza e assoluta assenza di buon senso e civiltà cui abbia assistito in vita mia. Non entrerò nel merito della questione accoglienza sì – accoglienza no, anche se – ovviamente – ho la mia idea. Ne faccio invece una questione che apparentemente potrebbe essere ravvisata come terminologica, ma in realtà è assolutamente sostanziale. Sui giornali, nei discorsi politici, in TV e sui social media grandinano i seguenti termini: “democrazia”, “Europa”, “razzismo”, “fascismo”, “nazismo”, “nazi-fascismo”, “accoglienza”, “solidarietà”, “integrazione”, “valori cristiani”. Mi domando: sono utilizzati a proposito o a sproposito? Se ne è penetrato il significato oppure vengono utilizzati senza ragion veduta e alterandone e distorcendone la sostanza fino a snaturarli completamente?
Propendo per la seconda ipotesi e, tanto per cambiare, attribuisco questo disastro dell’anima e della società all’abbandono ormai totale di qualsiasi istanza culturale in questo Paese e alla devastazione della scuola, e per naturale conseguenza, della società che a questo punto non è più possibile neanche lontanamente chiamare “civile”, ma che è molto appropriato ormai chiamare “barbara”. Barbara nel senso greco della parola: “balbettatrice”. Perché ormai quello che si sente e si legge è un balbettio incoerente e confuso che serve solo a confondere quei rimasugli di coscienza e civiltà che ciascuno dovrebbe portare dentro di sé.
Certo non aiuta il fatto che questo Paese sia governato a livello nazionale e amministrato a livello locale da una masnada di semi analfabeti, a partire dal Presidente del Consiglio, per giungere ad analfabeti interi come alcuni ministri fra i quali citerò Alfano e la Boschi, ma solo a titolo esemplificativo. L’arroganza e la presunzione non fanno altro che dare il colpo definitivo a qualsiasi pretesa di recupero del buon senso. D’altro canto l’aver continuato a giocare con le rondelle del dodici per gli ultimi 50 anni ha alla fine prodotto questo splendido risultato.

Facciamo qualche precisazione, pur in piena coscienza del fatto che non serve a niente se non a dare libero sfogo alla intima disperazione che mi causa tutto ciò.

Allora: l’Europa. Spiacente deludere, ma l’Europa non esiste. E, cari amici, ce n’è un’altra: non è mai esistita se non per un breve periodo in epoca augustea, ma non si chiamava Europa, si chiamava Impero Romano ed era tutta un’altra cosa. Come ho avuto modo di scrivere di recente quella che chiamiamo Europa non è altro che un branco di cravattari che pensano solo ai soldi. E mezzi non sono europei manco per niente perché non condividono niente, né lingua (neanche per ceppo), né religione, né consuetudini, né provenienza, né cibo, né riti funebri, insomma: NIENTE.
Si dirà: ma politicamente si poteva fare una federazione. Si poteva, certo e c’era chi lo aveva teorizzato e auspicato (Spinelli, Schuman), ma non lo si è fatto e ora è troppo tardi. Non si è riusciti a scrivere neanche dieci articoli dieci di costituzione europea i cui principi avrebbero dovuto essere recepiti dalle legislazioni nazionali. L’unica cosa che viene condivisa, sia pure in misure totalmente diverse, è la legislazione fiscale e monetaria, ma dove vogliamo andare?

Razzismo. Cosa c’entra il razzismo? Anche qui la questione sembra terminologica, ma non lo è. Arabi e Israeliani sono della stessa razza, quella semita, ma non mi pare che vadano tanto d’accordo né che vengano trattati nello stesso modo. E da qui si arriva al nazismo. Il nazismo era razzista sì, perché trattava nello stesso modo gli appartenenti ad una razza che non fosse la loro (jafetiti): sterminava in egual misura i semiti e i camiti (i neri) nel tentativo, per fortuna non riuscito, di ridurre le razze ad una sola. Solo un ignorante della più bell’acqua (ed evidentemente sono milioni) potrebbe utilizzare questi termini per descrivere la situazione attuale. Si dovrebbe parlare molto più correttamente di puro e semplice egoismo che riassume in un solo termine quanto accade. In sostanza: in Occidente abbiamo raggiunto uno stato di benessere e di agiatezza che nessuna crisi economica, pur drammatica che sia come quella testé in corso dal 2008, riesce a scalfire. Bene. Noi Occidentali non vogliamo rinunciare a neanche un briciolo di questo benessere e di questa agiatezza e quindi questa gente che scappa da guerre e carestie non la vogliamo qui perché non vogliamo condividere niente. E a niente vale il fatto che in parte, in buona parte, abbiamo contribuito a creare questa situazione. E a niente serve ricordare che la cosiddetta Europa si è ritrovata non più tardi di cinque secoli fa nella stessa identica situazione e per le stesse identiche motivazioni. Non vogliamo restituire niente di quello che abbiamo. E’ così semplice. Perché si deve traslare tutto in questioni ideologiche che finiscono per far apparire le ragioni dei non accoglienti e quelle degli accoglienti alla stessa stregua?

I valori cristiani. Altra puttanata infame. L’Europa non solo non esiste, ma se esistesse non avrebbe certo radici cristiane. Al di là della banale osservazione che anche se le avesse non sarebbe certo motivo di vanto non foss’altro per le stragi paurose che sono state commesse in nome e per conto di tale presunte radici, anche fra cristiani, comunque sia solo i cristiani si dividono in una miriade di confessioni (ortodossi, cattolici, protestanti, cetnici) e comunque dei ventotto Stati europei molti non sono cristiani e anche quelli che lo sono in buona parte non hanno radici nel cristianesimo. Gli Slavi (Polacchi, Bulgari, Cechi, Slovacchi, Sloveni e Croati) e gli Ungro-Finnici hanno presumibilmente radici sciamaniche visto che sono il risultato di migrazioni dalla parte mongola dell’Asia. I Rumeni (sì, si dice RUMeni e non ROMeni volendo indurre analogie con i Rom che, com’è ovvio, non c’entrano niente) provengono dai Daci e quindi presumibilmente politeisti, esattamente come gli Europei Occidentali visto che tanto i Greci che i Romani erano politeisti. Radici cristiane una cippa.

Non sarebbe molto più semplice e pulito prendere atto del fatto che il mondo, di cui siamo tutti cittadini, cambia e che ci dobbiamo tutti fare carico di questi cambiamenti e delle loro conseguenze, visto che fra l’altro ne siamo in buona parte responsabili? Personalmente sono dell’opinione di Carlo Emilio Gadda: se un pappone sfregia una puttana a Maracaibo io me ne sento per la mia parte responsabile. Ma senza arrivare a tanto, basterebbe ricordarsi di quanto sosteneva Terenzio:

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

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Dev'essere qualcosa nel cognome ·

18. luglio 2015, 09:44 by Sir Francis Drake

Di recente sulla vicenda greca ho avuto uno scontro su un noto social network con Michele Boldrin e alcuni suoi accoliti liberisti che mi ha fatto riflettere sul mio modo di affrontare il mondo. Anni fa, non molti, aggredivo le questioni con giudizi immediati e o assolutamente negativi o assolutamente positivi. Anche da bambino ero così e mi veniva rimproverato di lasciarmi andare a facili entusiasmi. Come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, comunque, credo di essere un po’ maturato e quindi il primo impatto che ho con persone e situazioni di solito mi vede abbastanza cauto. Solo dopo essermi fatto tutte le idee di cui sono capace prendo infine posizione.
Quando in Grecia Tsipras è salito al potere e ha nominato ministro Varoufakis il mio coinquilino ha subito manifestato grande entusiasmo, cambiando la foto del profilo FB in questa:

mentre io sono rimasto piuttosto tiepidino, anche perché non condivido appieno l’ideologia di Syriza di cui Varoufakis, ancor più di Tsipras, è un alfiere. Poi è arrivato lo scontro con Boldrin che ripropongo qui sotto:

A questo punto, dopo aver perso la pazienza e aver mandato a quel paese questi semifascisti ho cominciato a star dietro alla questione ancora più attentamente e, premesso che mi è stata confermata l’idea che gli economisti siano, tutti, un branco di cialtroni che, se hanno studiato, hanno studiato una scienza che non esiste perché con gli stessi dati in mano pervengono a conclusioni spesso divergenti se non addirittura opposte, mi sono imbattuto in un economista che però non si nasconde il fatto che le questioni da lui affrontate siano essenzialmente politiche e che quindi si dedica spesso al fact checking che è l’unica possibilità di dare un minimo di fondatezza a quelle che altrimenti sono opinioni, legittime o meno, comunque opinioni. Eccolo qua. E infine sono andato qui, su questo sito e ho letto con attenzione questo documento che altro non è che il memorandum di sottomissione della Grecia imposto dalla sedicente Europa (leggi: Germania) commentato da Varoufakis: lo potete scaricare qui.
Chiusura del cerchio: Varoufakis tutta la vita e tante scuse a HJK per aver ironizzato sul suo entusiasmo.
Cosa c’entra l’allusione al cognome nel titolo del post? C’entra. Qualche giorno fa era il ventennale della strage di Srebrenica su cui a più riprese ho scritto. Per la precisione qui e qui. Ora succede che sulla vicenda prenda la parola la Boldrini, la più inutile, insulsa, ideologizzata e incapace dei presidenti della Camera che la Repubblica italiana e prima ancora il Regno d’Italia abbia mai avuto (e il suo corrispondente del Senato è della stessa pasta). Si dà il caso che la Boldrini fosse il portavoce dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati all’epoca dei fatti, cioè il portavoce della inutile branca della più inutile e costosa organizzazione mondiale. In cosa consisteva l’impegno della Boldrini? Nel viaggiare sotto scorta in SUV spettacolari, alloggiare in resort cinque stelle luxus per recarsi in posti dove si commettevano atrocità inenarrabili sotto il naso, letteralmente nel caso di Srebrenica, dell’ONU e dei suoi caschi blu e poi portare la posizione ufficiale di detta inutile e anzi dannosa, oltreché incommensurabilmente costosa, organizzazione. Mi domando: con che faccia apre bocca, per giunta dalla sua posizione istituzionale per la quale si è rivelata fin da subito assolutamente inadeguata, su una vicenda del genere? E’ da meravigliarsi che non l’abbiano presa a sassate come hanno invece fatto con il presidente serbo. Leggere per esempio qui.
Ecco quindi spiegato il titolo del post: dev’essere qualcosa nel cognome che rende certe persone così disgustose.

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Le rondelle del dodici ·

29. giugno 2015, 13:31 by Sir Francis Drake

Questo post continua la riflessione sulla scuola e sulla sua pretesa riforma da parte del branco di cazzari che pro tempore ci governano (?????). Avevo fatto cenno nel precedente post al fatto che le riforme universitarie che si sono susseguite nel tempo, soprattutto a partire da quella che porta il nome di Berlinguer, trovassero la propria giustitificazione nella necessità di equiparare il numero dei laureati a quello del resto d’Europa. Non si capisce bene a dire la verità a quale o a quali dei Paesi europei ci si rifaccia come punto di riferimento, ma diamo per assunto che siano quelli a noi più vicini come Gran Bretagna, Germania e Francia.
Più di recente questa tematica è stata estesa anche ai diplomati e difatti se ne fa menzione nella documentazione allegata al ddl della cosiddetta “buona scuola”, nonché nei vari dibattiti politici che si sentono in giro. Mi prendesse un accidente se qualcuno, della maggioranza o dell’opposizione, si sia mai preso la briga di verificare ‘sto fatto. Il vostro Sir Francis però ha girato un bel po’ anche in scuole e università straniere, nonché ha passato lunghi periodi all’estero, soprattutto in Germania, come testimoniato anche da questo blog e può testimoniare in prima persona che tutte quelle affermazioni sono delle boiate pazzesche. E sono false. Ma non è che sono false da un mero punto di vista numerico (anche), ma da un punto di vista sociale. E sono tanto più false per quanto riguarda gli studi universitarii. Infatti in quelle nazioni prese a punto di riferimento all’università ci vanno percentuali infinitamente inferiori di studenti rispetto a quelle italiche, con il risultato che percentualmente i laureati si avvicinano al 100%, ma solo perché in Germania, per dire, i diplomati che accedono all’università non sono il 100% l’anno come da noi, ma – la butto lì – il 35%, massimo 50%. E sono quelli che escono dai licei e non – per esempio – dagli istituti tecnici. Ciò succedeva anche da noi fino agli anni ’70: all’università accedevano solo i diplomatici classici (anche per fare i medici e gli ingegneri, sì) e c’era – ovviamente – una ragione: chi faceva il liceo classico era destinato alle professioni liberali (incluso, ovviamente, l’insegnamento), dopo aver ovviamente passato la tremenda selezione non solo del classico, ma anche dell’università – quale che fosse – e perciò, in altre parole, era destinato a formare la classe dirigente del Paese. Chi invece aveva fatto, che so io, il nautico, era destinato a fare il marinaio e poi anche l’ufficiale, ovvio, ma mai e poi mai a ricoprire ruoli nello Stato e nell’amministrazione nazionale o locale per i quali, va da sé, non era stato formato.
Quando si sono aperte le università a tutti, in nome di un malinteso senso di egualitarismo che in realtà costituiva il peggiore esempio di discriminazione, ci siamo ritrovati con dirigenti o magistrati della Corte dei Conti o insegnanti di letteratura italiana che i cinque anni di superiori li avevano passati sopra un tornio (es.: Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato) o a imparare a fare gli impianti elettrici (es. l’elettrotecnico qui citato) con i risultati drammatici che sono sotto gli occhi di tutti.
In Europa non credo che esistano restrizioni legislative come questa che vigeva da noi, ma esistono restrizioni imposte dalla tradizione culturale e dal buon senso che agiscono come se fossero prescrizioni legislative (ah! il diritto naturale!).
In Austria, per fare un esempio, esistono licei minerari (a Leoben; la voce narrante di Verstoerung di Thomas Bernhard è uno studente di tale liceo che accompagna il padre medico durante le sue visite) oppure licei forestali. Sacrosanto no? Ci sono miniere e boschi e quindi viene formata una classe di professionisti che sanno come far rendere queste risorse per il bene proprio e del Paese. E non passa, a questi signori, neanche per l’anticamera del cervello di uscire dal liceo minerario di Leoben e iscriversi alla TU Wien, bensì si precipitano a cercare lavoro presso delle cave, in amministrazione o nella parte tecniche con la certezza di avere un mestiere nelle mani e di potersela comunque giocare, col tempo e l’esperienza, per la dirigenza in quel settore specifico.
Ergo all’università ci vanno in pochissimi e solo se si sono diplomati in studi classici perché andare all’università significa voler fare (ed essere preparati per) una professione liberale (magistrato, avvocato, architetto, ingegnere, medico e poche altre), inclusa quella di perpetuare l’insegnamento e i corsi universitari dànno per scontato che – nel caso specifico – il tedesco uno lo scriva e lo parli senza alcuna esitazione e qualche altra lingua, anche. E il latino che serve per fare giurisprudenza lo sappia a menadito, non che si debba tradurre Giustiniano per lo studente di giurisprudenza che viene dal nautico. E quando presentano le tesi il docente che le corregge possa e debba concentrarsi solo sui contenuti e non sulla grammatica e sulla sintassi (della propria lingua, poi).
Ma veniamo al titolo di questo post, finora rimasto misterioso. Intanto non è di mia creazione il teorema delle rondelle del dodici, ma di mio padre. Serve tuttavia a illustrare i perversi effetti di questa folle politica scolastica che apparentemente il governo del cazzaro (dei cazzari) pretende di perpetuare.
Quando a Portoferraio arrivò la prima slot machine essa andava a 50 lire che si depositavano in due pozzetti, uno più piccolo, per le vincite e uno, più grande, per il gestore. I ragazzi dell’epoca (tardi anni ’50) si resero conto che le rondelle del 12 (che costavano 5 lire l’una) avevano lo stesso peso e lo stesso formato delle 50 lire per cui potevano ingannare la macchina facilmente. I primi tempi, una pacchia! Si gioca la rondella e se si vince si vincono 50 lire. Ma quando la macchina venne saturata si giocavano rondelle e si vincevano rondelle.
Con la scuola e l’università è stata fatta la stessa identica politica (e si intende evidentemente perpetuarla): per ragioni per lo più abiette (è abietto secondo me equiparare essere insegnante ad avere un posto di lavoro e spiegherò in altro post per quale ragione la penso così) si è assunto a piene mani nella scuola e nell’università, senza fare la minima selezione e usando per lo più materiale di scarto (rondelle del dodici). Sia chiaro: di scarto per fare quel lavoro lì, ma magari ottimi ufficiali di macchina, o tornitori, o elettrotecnici. I primi tempi la scuola e l’università hanno retto, ma non grazie alle rondelle del dodici, ma alle 50 lire che ci aveva messo qualcun altro (Casati, Gentile). Una volta pensionate o morte le 50 lire, tali enti hanno cominciato a risputare rondelle del dodici, riducendosi a squallidi diplomifici e laureifici a quel punto destinati solo a rimpolpare statistiche (per giunte idiote come sopra dimostrato), ma non certo a creare la classe dirigente del Paese. Che difatti, come si vede anche leggendo ‘sta cazzo di riforma (e le altre sinora fatte, poche e inutili ad essere onesti), fa schifo e sempre più schifo facendo rimpiangere – per dire – ministri che all’epoca in cui erano in carica personalmente avrei voluto vedere sottoposti alle peggiori torture.
Non resta che rifarsi ai classici, per l’appunto: una salus victis, nullam sperare salutem.

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Ancora sulla scuola ·

27. giugno 2015, 08:48 by Sir Francis Drake

Nella congerie di commenti e discussioni e dibattiti che leggo su questa sciocca, inutile e vacua cosiddetta riforma della scuola ha attirato la mia attenzione la giustificazione addotta dal sedicente governo e dal sedicente presidente del consiglio e dai suoi sedicenti ministri e accoliti varii che insistono sulla necessità di dotare gli istituti scolastici di maggiore autonomia; tale autonomia consentirebbe a detti istituti di funzionare meglio.
Bene.
Non c’è niente di più falso e vado a spiegare il perché.
L’autonomia nel mondo dell’insegnamento è stata varata diversi anni fa nell’università, perpetuando il malcostume tutto italico in base al quale le case si cominciano dal tetto e non dalle fondamenta. Prima di questa autonomia, che non riguarda ovviamente la didattica e la ricerca ché quelle sono garantite dalla Costituzione e da diverse leggi della Repubblica di rango costituzionale, la faccenda funzionava così: le università venivano dotate di un budget che anche allora si chiamava FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) che era destinato alle SOLE attività di didattica e di ricerca, mentre per gli stipendi di docenti e personale tecnico amministrativo e per l’edilizia ci pensava direttamente lo Stato, versando quanto dovuto alla Banca d’Italia. Va da sé che anche il reclutamento del personale docente e non, i rinnovi dei contratti per il non docente (il docente universitario non è contrattualizzato e dipende direttamente dal Ministero) era a carico dello Stato che decideva di quante unità c’era bisogno in base ai programmi, ai corsi di laurea, al numero degli studenti e così via. Funzionava PERFETTAMENTE. Solo che … Solo che i signori universitari si sentivano ingiustamente privati di autonomia mediante la quale avrebbero potuto esprimere al meglio tutte le proprie capacità, creando piccole Oxford e, soprattutto, producendo laureati in numero congruo al resto d’Europa (secondo loro, ma su questo ci torneremo se non in questo post, in un altro che ho già in testa). E venne l’autonomia, cioè la possibilità di gestire autonomamente i denari provenienti dallo Stato, eventualmente accresciuti dalle fantasmagoriche attività di ricerca e didattica svolte da ogni singola università. Per naturale conseguenza si sviluppò anche concorrenza tra le università, soprattutto vicine, il che portò ad aprire sedi distaccate (pagate ovviamente col FFO) per cercare di rubarsi studenti e ad aprire corsi di laurea sempre più cervellotici (pagati sempre e comunque col FFO) nel tentativo di accaparrarsi il gradimento di più studenti e, ovviamente, tutto ciò portò ad assumere più docenti (risolvendo così il problema che c’era prima del blocco statale alle brame dei vari baroni di farsi più schiavi possibile) e personale tecnico amministrativo (cioè a dire tanti tanti voti in più per i ras politici locali).
In tutto questo la ricerca e la didattica sono forse migliorate? No Way! Sono rimaste della medesima qualità se non addirittura peggiorate a causa da una parte dello spalmare le risorse su una base infinitamente maggiore e dall’altra perché nella foga di reclutare non si è fatta alcuna valutazione approfondita, ma si tirato dentro gente purché fosse, Questo ultimo aspetto è divenuto letale quando i concorsi per i professori sono diventati, sempre in base alla autonomia, locali e hanno cessato di essere nazionali.
L’unico effetto che si è ottenuto è stato quello di distruggere finanziariamente quasi tutte le università perché tutte queste spese ad un certo punto sono diventate nella maggior parte dei casi senza controllo ed hanno portato addirittura alla commissione di reati veri e propri. Per esempio non pagando i contributi previdenziali e accantonando e poi spendendo i soldi dei contributi per nuove assunzioni o nuove strutture.
Dico tutto questo perché ho assistito personalmente all’annientamento dell’Università di Siena (la terza più antica italiana dopo Bologna e Pisa) che ad un certo punto era riuscita ad avere sedi distaccate ad Arezzo, Montevarchi, San Giovanni Valdarno, Grosseto e Follonica; era riuscita ad innalzare il numero dei docenti da 500 a 1200 e del personale tecnico amministrativo altrettanto. E tutto ciò in soli dieci-dodici anni.
Ora: tutto questo non è ignoto allo Stato. Probabilmente è ignoto a Renzi, Boschi, Faraone e a tutta quella pletora di poveretti e minus habentes che al momento hanno sostituito l’altra pletora di poveretti e minus habentes dell’altra fazione (ma siamo sicuri che siano di un’altra fazione?) che li ha preceduti. Ma i boiardi del Ministero, ai Direttori Generali e allo stesso ministro Giannini (professore universitario, anche se i suoi lavori sono noti presumibilmente nella chiostra del suo condominio e, forse, al giornalaio davanti casa sua) queste cose le sanno benissimo. Come può essere venuto loro in mente di riproporre la medesima situazione per le scuole di grado inferiore? Cos’è? Cupio dissolvi?
Quindi, per concludere, confermo quanto ho scritto precedentemente: cosa c’entra la scuola con la riforma della scuola? Qui siamo di fronte ad una manovra che con l’insegnamento non c’entra assolutamente niente, ma riguarda questioni sindacali e burocratico-amministrativo che non avranno alcun impatto sull’insegnamento, se non quello di peggiorarlo fino a livelli infimi (a quelli bassi ci siamo di già, basta correggere un qualsiasi scritto prodotto da uno studente universitario e ci se ne rende immediatamente conto).
Mi riprometto di tornare sull’argomento scuola e università, ma su altri aspetti. Per oggi basta così.

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